La mia selezione del 2017

Nel 2017 ho ascoltato poca musica del 2017. Forse perché non è uscita molta musica per me interessante oppure, più probabilmente, perché invecchio. In 365 giorni non ho sentito alcun disco che mi sia sembrato una nuova pietra miliare, non c’è stato niente che mi abbia fatto pensare “ecco, QUESTO è un album che definisce la nostra epoca”. Probabilmente perché la musica che definisce quest’epoca passa dalle parti del rap e dall’elettronica e non dal rock o nei cantautori.
Ci sono stati però alcuni album, tra i pochi che ho ascoltato, che mi sono sembrati più interessanti di altri.

Eccoli qui:

King Crimson – Live in Chicago
Peter Hammill – From the trees
Laura Marling – Semper Femina
Eugenio in via di gioia – Tutti su per terra
Neil Young – Hitchhiker
Ani di Franco – Binary
Tony Allen – The source
Joe Victor – Night Mistakes
Metà metà – MM3
Billy Bragg – Bridges not walls

King Crimson – Live in Chicago

I King Crimson da quando sono tornati sulle scene nel 2014 hanno pubblicato cinque live (Orpheum, Toronto, Radical Action, Vienna, Chicago). Che senso ha?

Il senso è semplice: dato che la band continua a migliorare, show dopo show e tour dopo tour, i fan non vedono l’ora di ascoltare un nuovo disco live con i nuovi brani inseriti in scaletta e la continua, rinnovata capacità di interpretazione della più nuova “vecchia rock band” del mondo.

Live in Chicago è – per ora – l’apice delle performance live dei Kc. Scaletta perfetta, performance potente e urgente, registrazione cristallina ma non troppo levigata. In attesa dei live italiani del 2018 è un ascolto obbligato.

Consigliato a: chi pensa che un gruppo dopo 50 anni di carriera e a 15 anni dall’ultimo album in studio non possa avere più niente da dire

 

Peter Hammill – From the trees

Dopo un disco meta-narrativo e lontano dalla forma canzone canonica lo Zio Peter torna al suo prodotto più tipico: canzoni su temi esistenziali, principalmente sulla vecchiaia. Come dice l’autore – in una nota che ho trovato online ma non nel libretto del disco – “I personaggi che passeggiano attraverso queste canzoni in generale affrontano il tramonto o gli si avvicinano. Quello che accade loro è l’arrivo di momenti di comprensione oppure di rassegnazione. Nel terzo atto della vita di una persona è ora di guardare con un occhio limpido a dove si è stati, e a dove si sta andando”.

Ci sono almeno quattro gran pezzi nel disco, su tutti “The Descent”.

Consigliato a: chi ama le riflessioni in musica e non si spaventa davanti a qualche sovraincisione un po’ stucchevole

 

Laura Marling – Semper Femina

 

Quando uscì a marzo pensavo che avrei ascoltato moltissimo questo disco, complice la proposta interessante del doppio disco con le stesse canzoni in versione studio e live. Alla fine invece l’ho ascoltato raramente ma l’ho ripescato più volte nel corso dell’anno, segno che si tratta di una raccolta di brani che hanno lasciato il segno. Non mi sono ancora seduto a seguire le canzoni con i testi sottomano, cosa che sicuramente vale la pena fare prima che esca il suo prossimo album!

Consigliato a: chi vuole esplorare l’universo femminile senza ancorarsi ai cliché maschilisti o femministi

 

Eugenio in via di gioia – Tutti su per terra

Una delle due sorprese italiane dell’anno. Gli Eugenio in via di gioia sono nati come artisti di strada e poi evoluti in una band vera e propria. Questo loro album di debutto è ricchissimo di idee e di spunti geniali, sia dal punto di vista testuale che della musica. Non è ancora un capolavoro ma di sicuro è un disco che parla in modo lucido e reale della società contemporanea e lo fa con un miscuglio di stili divertente e appassionante, sempre attento a non annoiare l’ascoltatore. Dal vivo pare siano sensazionali.

 

Consigliato a: chi pensa che la scena italiana sia solo popolata di Denti, Colapesci, Appini e Calcutte

 

Neil Young – Hitchhiker

Si può opinare sul fatto che uno dei dischi migliori del 2017 sia un disco di quarant’anni fa. Si può anche criticare il fatto che Neil Young vada a tirare fuori dal cassetto un nastro d’epoca per sbancare dato che i suoi dischi recenti non sono così imperdibili. Si può criticare quanto si vuole ma l’ispirazione limpida e l’esecuzione di Hitchhiker, registrato in un’unica notte l’11 agosto del 1976 e diventato un leggendario “disco perduto”, sono emozionanti. La registrazione impeccabile fa sembrare di avere lo zio Neil vicino, in salotto, mentre sussurra i versi di Campaigner o racconta la storia di Powderfinger. Un disco invecchiato in cantina per 40 anni che profuma come un buon vino tenuto da parte.

 

Consigliato a: chi vuole approcciare il NY acustico o già lo conosce. Insomma, a tutti.

 

Ani DiFranco, Binary

Ani di Franco – Binary

Ani di Franco era già una cantautrice “di protesta” di successo nel 2001, l’anno in cui diventammo tutti adulti per forza, e aveva qualcosa come 15 dischi all’attivo. Pensando fosse una specie di Dylan della generazione appena-prima-della-mia non l’ho mai approfondita, aspettando il mio Dylan che non sarebbe mai arrivato.

A sorpresa mi accorgo che gli anni sono passati, Ani è cresciuta ma l’ispirazione non l’ha lasciata. Binary è un disco che coniuga femminismo (inteso proprio come anti-patriarcato), pacifismo e riflessioni sull’America di oggi con una scrittura limpida e arrangiamenti pressoché perfetti. Niente a che vedere con il combat-folk basato solo sui testi e che fa due palle così, insomma.

Consigliato a: chi pensa che le canzoni impegnate debbano essere noiose, chi sa che la buona musica viene spesso dalle voci femminili e vuole conoscerne di nuove

 

Tony Allen – The source

Tony Allen ha 77 anni, ha praticamente inventato un genere (insieme a Fela Kuti) e la sua importanza nel mondo della musica non è ancora stata completamente raccontata. La nostra fortuna è che nonostante l’età Allen continua a produrre dischi di qualità e a collaborare con una quantità impressionante di musicisti, determinato a lasciare il segno nell’impronta musicale del ventesimo secolo.
The Source è un album ibrido nel quale Tony prende la tradizione Afrobeat e la mescola con un’anima spudoratamente jazzata. Quello che ne esce è un album godibile a più livelli, dalla ritmica inaffondabile e sempre dinamica alle melodie catchy da cocktail party. Il disco giusto per far entrare un po’ di afrobeat nella vita dei vostri amici jazzisti senza spingerli al rifiuto.

Il disco è completamente registrato, mixato e stampato in analogico. Se volete accattarvelo quindi è caldamente suggerito il (doppio) vinile.

Cosigliato a: chi vuole avvicinarsi all’afrobeat, chi cerca del jazz contemporaneo che faccia muovere un po’ le chiappe e non solo le meningi.

 

Joe Victor – night mistakes

Night Mistakes è tre cose contemporaneamente: un disco italiano con qualità e arrangiamenti in grado di competere con una produzione internazionale, un secondo album folgorante (e #ilsecondoalbumèsempreilpiùdifficilenellacarrieradiunartista) e un disco di disco-folk (genial!) godibilissimo. Se fosse stato pubblicato da una indie band britannica di South London sarebbe già nella top 10 di qualsiasi Pitchfork ma essendo invece il frutto di giovane una band romana potete ascoltarli nella vostra cameretta con la certezza di avere tra le mani un album con cui farvi belli con gli amici davanti allo spritz. Due libidini al prezzo di una!

Consigliato a: chi pensa che in Italia non ci sia niente di nuovo, chi vuole battere il piede in quarti ma odia la musica dèns, chi odia le tastiere (che qui vengono usate con sapienza), chi pensa che una bella canzone che si intitola “Charlie Brown” l’abbiano scritta i Coldplay

 

Metá Metá – MM3

Il disco è del 2016 però è stato pubblicato in vinile solo nel 2017 (sì, è una barbara scusa per metterlo in lista). La scena di San Paolo del Brasile a quanto sento dire in giro è molto attiva e i Metá Metá ne sono un buon esempio: musica a volte parossistica e a volte rilassata ma che non perde mai la struttura-canzone per strada. Da tenere sott’occhio. Nel 2017 è uscita a nome loro anche la colonna sonora “Gira (Trilha Sonora Original do Espetáculo do Grupo Corpo)”

Consigliato a: chi pensa che il Brasile sia solo Bossa Nova o Sepultura

 

Billy Bragg – Bridges not walls

Peccato che i cantautori di protesta non possano mai passare di moda. Il nuovo EP di Billy Bragg contiene sei canzoni tra le quali spiccano “Why we build the wall”, fantastica cover del brano di Anaïs Mitchell del 2010, e “Full english brexit”, gioco di parole con la nota Full English breakfast.

Consigliato a: chi parla di sovranità e immigrazione un tanto al chilo ma anche alle persone che sanno vedere la speranza nell’incontro. Più in generale a chiunque ami sentire un bell’accento inglese sfoggiato con grazia e un timbro vocale ammaliante.

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