Nick Cave and the Bad Seeds – Padova – 4 novembre 2017

Non resisto a dire la mia riguardo al concerto di Nick Cave and The Bad Seeds di ieri sera 🙂

Inizio con due disclaimer:
1- ero già andato alla Kioene Arena (ex palafabris) a vedere il trio fabi silvestri gazzè. Allora il suono non era stato affatto male. Ieri sera invece, con volumi più alti, era disastroso. Uno dei concerti coi suoni più orribili al quale abbia mai assistito. Batteria di cartone, chitarre e violino non pervenuti, si distingueva solo il basso.
2- per tutto il concerto sono stato tra il fondo della platea e la seconda metà, quindi necessariamente la mia esperienza divergerà da quella di chi era nelle prime file

Detto questo, cominciamo.
Nick Cave è davvero uno dei più grandi performer che abbia mai visto in vita mia. Ha una capacità di stare sul palco unica ed è bellissimo osservare il modo in cui cerca continuamente il pubblico, lo usa per scambiare energia e tocca in continuazione mani, asciugamani, oggetti che gli vengono posti. Senza perdere l’attenzione dalle canzoni. Sublime. Ha uno sguardo magnetico e una personalità ingombrante, e soprattutto ha una voce bellissima anche dal vivo. Profonda, potente, risuonava nonostante l’acustica pessima. Non solo, era anche possibile, ascoltando bene, capire ogni singola parola dei testi che cantava.
Ad avermi parzialmente deluso sono stati i Bad Seeds. Essendo una band con un nome (non vai a vedere “Nick Cave” ma “Nick Cave and the Bad Seeds”) e una storia trentennale pensavo onestamente che sarebbero stati più coesi, più incisivi, più protagonisti. Invece per la maggior parte del tempo sono stati una buona backing band, che però dava molto l’impressione di assecondare gli umori di Cave più che muoversi di vita propria. Soprattutto la sezione ritmica mi è sembrata spesso in difficoltà, forse anche a causa dell’acustica del luogo che sicuramente non ha reso facile la vita neanche sul palco. Il batterista in più di un momento si è mostrato palesemente “perso” al punto da guardarsi intorno per prendere il filo della canzone e il bassista, nei tanti momenti in cui era l’evidente perno della situazione on stage, ha perso spesso l’occasione per dare una solida colonna vertebrale al sound e al tiro due brani, andando fuori tempo o mangiandosi delle note. Peccato.
Anche Warren Ellis, che nel film (One more time with feeling) mi sembrava essere importante all’interno della band è stato meno indispensabile di quanto credessi. Però era sempre presente, sempre in movimento e sempre alla ricerca di un contatto tra Cave e il resto della band. Una band che per il resto mi è parsa comunicare ben poco con il frontman.

A livello di repertorio aspettavo con gioia la resa live dei pezzi di Skeleton Tree, viste anche le performance contenute in “One more time with feeling”. Ho notato che invece le canzoni di SkeletonTree sono state quasi tutte riarrangiate con un uso più massiccio di chitarre ritmiche, pattern di batteria più o meno “normali” e in generale in un modo che da un lato non condannasse metà della band a rimanere con le braccia incrociate per intere canzoni e dall’altra permettesse di non creare troppo distacco con il pubblico, soprattutto quello non avvezzo ai pieni-vuoti dei brani recenti. Non mi è parsa una soluzione molto ben riuscita, alla fine i brani di Skeleton Tree mi sono sembrati né carne né pesce, distanti dalla forma pura che hanno su disco ma distanti anche dal poter essere “canzoni normali”. Il risultato è stato che diverse persone intorno a me, o dalle file più avanti, approfittavano dei brani dell’ultimo album per andare verso il fondo della platea e magari prendersi una birra. Non esattamente il tipo di risultato a cui ambiva Nick Cave, immagino. Del resto immagino sia difficile portare sul palco un disco come Skeleton Tree e mi chiedo in quale modo sarebbero potuti riuscire nell’impresa.

Nella prima parte del concerto alle canzoni di Skeleton Tree sono state proposte alcune perle da “Push the sky away” come Higgs Boson Blues e Jubilee Street, entrambe in versioni eccellenti, e alcuni pezzi del repertorio più remoto di Nick Cave: “from her to eternity”, “Tupelo” e “The ship song”. Nessuna delle tre, ad essere onesto, mi ha entusiasmato più di tanto. Mi sono sembrati pezzi lunghi e non così interessanti, nonostante li avessi ascoltati prima del concerto sapendo che sarebbero stati in scaletta.

Da metà dello show però è accaduto qualcosa: con “Into my arms” il pubblico ha cominciato a partecipare di più, per arrivare poi al dittico che ha decisamente messo le ali ai piedi alla serata: “Red right hand” e “The mercy seat”. Canzoni bellissime in versioni tiratissime, durante le quali i Bad Seeds sembravano essere più motivati che nei pezzi precedenti e hanno prodotto davvero dei bei crescendo di tensione.

Dopo Distant Sky (pessima a mio avviso la scelta di sovra-imporre il video del cantato di Else Torp) e Skeleton Tree è la volta della pausa e quindi dei bis. Ed è nei bis che si consuma la vera cerimonia. In “The weeping song” il pubblico è già caldo dopo due ore di concerto ed ecco che Nick si materializza chissà come in cima alle transenne di un punto di ripresa a un terzo della platea. Da lì aizza il pubblico, lo comanda, lo zittisce o ammaestra. Sul finale della canzone ritorna sul palco e per Stagger Lee, come da tradizione, porta con sé sul palco una quarantina di spettatori.

Quella che segue a quel punto è una delle scene più meravigliosamente teatrali che abbia mai visto in un concerto Rock: Nick Cave declama la storia di Stagger Lee rivolgendosi ora al pubblico ora al “coro” dietro di sé, al quale chiede di ripetere frasi, inrerpretare con lui i gesti di violenza di Lee o indicare questo o quel “motherfucker” tra le prime file. Il testo include la strofa “in più” in cui Stagger Lee ammazza pure Satana in persona, il pubblico è in delirio e il tutto si svolge in un crescendo spettacolare di pieni-e-vuoti musicali. In tutto questo incredibilmente i Bad Seeds riescono a stare perfettamente al passo con le infinite variazioni, anticipi e ritardi sulla melodia dettati da Cave, nonostante a causa del pubblico sul palco non riescano a vederlo!

Finiti gli 8 minuti abbondanti di Stagger Lee conoscendo la scaletta dello show ammetto che mi sono chiesto “ma come si farà a chiudere – dopo un momento così adrenalinico – con un pezzo lento come Push the sky away?”

La risposta me l’ha data Nick stesso quando con pochi gesti ha messo a sedere il pubblico sul palco e trasformato “Push the sky away” in una specie di rito collettivo. Un silenzio irreale nella sala e lui, a bordo palco, insieme a un ragazzo del pubblico tirato su a caso, intenti a spingere insieme il cielo un po’ più lontano.

Insomma, alla fine è stato un grande show. Mano a mano che la band e il pubblico si scaldavano è andata sempre meglio e alla fine ero decisamente soddisfatto ed esaltato. Non posso negare però di essere stato un po’ deluso dai Bad Seeds e sommamente deluso dall’acustica dell’arena.

Quel che è certo è che, acustica o non acustica, band in forma o band fuori forma, Nick Cave ha confermato davanti ai miei occhi e a quelli di qualche migliaio di persone di essere davvero quel performer di razza che tutti descrivono. Vederlo in azione sul palco è un’esperienza che vi consiglio di regalarvi prima o poi.

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