17 agosto 2017

Peter Hammill – un tentativo

A novembre Peter Hammill sarà in Italia per alcuni concerti a Roma, Chiari, Milano e Tolmezzo quindi mi sembra il momento migliore per ripassare la sua sterminata carriera e approfondire un po’ di brani chiave.

L’interno della copertina di “The future now” (1978)

È necessario un approfondimento di questo tipo?

Più che necessario è fondamentale perché Peter Hammill non è propriamente un cantautore, è un poeta che declama le proprie poesie suonandoci sopra (o sotto), quindi conoscere il senso dei brani è importantissimo se si vuole davvero apprezzare l’esibizione. La distinzione tra poeta e cantautore può sembrare pretestuosa ma nel caso di Hammill ha perfettamente senso, non perché i suoi testi abbiano un valore letterario più alto di quelli dei più celebri cantautori quanto per la struttura delle canzoni e il modo in cui vengono interpretate. Peter Hammill infatti ha portato avanti negli anni un percorso simile a quello intrapreso da Dylan o De Gregori, ripensando le proprie canzoni ad ogni esibizione fino a trasfigurarle e trasformarle in qualcosa di molto diverso, finendo per radicalizzare questo tipo di approccio più di quanto abbiano fatto i colleghi più legati al folk. Infatti una grossa parte dei concerti di PH, fin dai primi anni settanta, sono stati concerti da solo, per pianoforte/chitarra e voce e questo gli ha permesso di non dover badare all’interplay con i musicisti e affrontare realmente ciascuna canzone da un diverso punto di vista, differente ogni sera. Esistono centinaia di registrazioni dei concerti di Hammill e i veri esperti conoscono le serate nelle quali è arrivato a suonare e cantare versioni particolarmente ispirate di questo o quel brano. Volendo potremmo avvicinare questo approccio a quello dei musicisti jazz quando suonano da soli, come fa ad esempio Keith Jarrett, che possono quindi spaziare liberamente lasciando fluire la propria ispirazione; nella musica di Hammill non c’è praticamente nulla di avvicinabile al jazz ma si può trovare una certa somiglianza di approccio. La stessa canzone può venire suonata oggi al pianoforte, domani con la chitarra, dopodomani a cappella, l’anno prossimo con un gruppo di 4 persone o con i Van Der Graaf Generator. Il brano per forza di cose cambierà la propria natura, assumendo di volta di volta un umore diverso.

La striminzita discografia di Hammill dal 1970 al 2014 (clicca per ingrandire)

Quella di riarrangiare i propri brani dal vivo non è l’unica caratteristica notevole di Peter Hammill, naturalmente.

Ciò per cui è meglio noto è la voce, o meglio la vocalità. L’estensione e il timbro della voce di PH sono sicuramente notevoli ma è ancora più interessante l’uso che ne fa. All’interno della stessa canzone ama variare approccio con radicalità, passando dal sussurro al grido e viceversa, se questo gli permette una interpretazione più sentita. Nonostante la padronanza tecnica non è raro che si avvicini al limite della stonatura pur di prendere una nota nel modo che gli sembra giusto in quel momento. Negli ultimi anni questo approccio teatrale all’interpetazione canora si è fatto ancora più spinto dopo l’infarto che ha colto Hammill nel 2003. Da allora, a fronte di una riduzione del fiato, la reazione è stata quella di portare ancora più all’estremo il coinvolgimento emotivo.

Peter Hammill nel 2017 durante uno dei tre concerti all’Oto Theatre di Londra

Un’altra qualità di Hammill è quella di essere un autore estremamente prolifico. Dal 1970 al 2014 ha pubblicato ben 37 album, quasi uno all’anno. Va riconosicuto che non sempre la qualità del materiale è stata al massimo livello ma una tale

densità di pubblicazioni permette di tracciare un percorso molto nitido della sua variegata carriera, il che ci porta a un altro aspetto interessante ovvero l’imprevedibilità. Non solo ad ogni concerto le singole canzoni vengono re-interpretate, e talvolta stravolte, ma anche la scaletta è estremamente variabile. Suonando da solo, e conoscendo a menadito buona parte del proprio vasto repertorio, Hammill sceglie di sera in sera il boquet di canzoni che si sente di offrire al pubblico. Il risultato è che, ad esempio, nei 3 concerti che ha tenuto finora nel 2017 ha suonato CINQUANTADUE canzoni diverse da VENTISEI album diversi, e ciascuna canzone è stata cantata una volta sola nelle tre serate. Certamente si è trattato di un caso estremo, dato che si trattava di tre show consecutivi nello stesso teatro, però dà un’idea della varietà delle canzoni che è possibile aspettarsi quando si va ad un suo concerto. Anzi, più propriamente delle canzoni che NON è possibile aspettarsi.

Le canzoni suonate all’Oto Theatre nel marzo 2017 (clicca per ingrandire)

Come prepararsi allora, visto che potrebbe suonare qualsiasi canzone da qualsiasi album con un qualsiasi arrangiamento?

In realtà per fortuna un corpus di “classici” esiste, una serie di canzoni che negli anni hanno dimostrato di essere particolarmente apprezzate dal pubblico e da Hammil stesso. È da queste canzoni che partiremo per l’esplorazione.

Mi concentrerò in particolar modo sui brani post-1980. Questo perché esiste già un testo in italiano, Peter Hammill. Fogwalking – Tutti i testi 1971-1980, di difficile ma possibile reperibilità, che tratta i testi precedenti. Non potendo competere con la competenza di Luca Fiaccavento ed Emilio Maestri del VDGG e Peter Hammill Study Group (sì, gli altri gruppi hanno un fan club e PH ha uno ‘study group’) proverò per quanto possibile a tradurre i testi dell’Hammill “più recente”, limitandomi a dare una interpretazione più generale alle canzoni che sono già tradotte in modo impeccabile nel volume di cui sopra.

Peter Hammill ha parlato più volte, in passato, del concetto giapponese di ma, che ha descritto come “la consapevolezza simultanea della forma e della non-forma, derivante da una intensificazione della visione”.

Il nostro tentativo sarà quello di allenare la visione, perché possa intensificarsi al momento giusto.

 

Ecco la lista delle canzoni analizzate finora:

 

Ed ecco una playlist su Youtube con un video per ciascuna delle canzoni