Del perché voto, e voterò sì

Domenica penso che andrò a votare, e voterò eni_f555-palermo

Perché? Perché questo referendum è intricato ma non indistricabile. Alla fin fine la domanda che ci viene posta è semplice: vuoi che le piattaforme estrattive già presenti nei mari italiani entro le 12 miglia non abbiano più una concessione fino alla fine del giacimento bensì ritornino alle durate delle concessioni decise dai contratti stipulati con lo Stato Italiano?

Se vince il sì le piattaforme presenti dovranno smettere di estrarre alla scadenza dei contratti (tra 20 anni, in media), se vince il no invece le piattaforme rimarranno attive e pompanti fino alla fine dei giacimenti. Tutto qua.

Più nel dettaglio leggendo e rileggendo in lungo e in largo mi sono accorto che nella “questione trivelle” ci sono tre diversi piani che si sovrappongono:

Il primo piano è quello della comunicazione ovvero il più evidente: la campagna del sì e la campagna del no sono state entrambe terribili.
I tifosi del sì hanno tirato fuori da subito la parola chiave, ovvero “trivelle”, mentre di fatto non si parla affatto di trivelle; hanno poi iniziato a parlare di mare, di ecologia, di emissioni, di inquinamento, di turismo, di salute, di energie rinnovabili: tutti argomenti collegati a quello referendario ma non oggetto del referendum stesso. Non hanno invece quasi mai parlato di concessioni né di centralizzazione (vedremo poi): si tratta sicuramente di argomenti meno interessanti per l’elettore medio, peccato che siano esattamente gli argomenti oggetto del quesito referendario. Il massimo lo si è raggiunto con lo spot 12 grandi artisti in difesa del mare!, un vero coacervo di cattiva informazione e toni da fine-del-mondo.
Dalla parte del no non si sono persi d’animo e hanno cercato da subito di fare un’informazione altrettanto pessima. Il comitato autonominatosi ottimisti e razionali ha raccolto sul proprio sito le testimonianze di esponenti dell’Eni mettendole alla pari con quelle di cittadini privi di interesse sul tema, mentre in realtà Eni è l’azienda che verrebbe maggiormente colpita da una vittoria del sì. I fautori del no e dell’astensionismo hanno parlato in malafede di piattaforme assolutamente prive di rischio ecologico, di posti di lavoro persi (mentre le concessioni finiranno tra vent’anni in media), di malefiche petroliere che solcheranno pericolosamente i nostri mari. Il tutto l’hanno condensato nell’osceno video di risposta a quello del sì, intitolato La risposta allo spot dei 12 grandi artisti!LogoNonVoto

Per quanto riguarda la comunicazione dunque il punteggio è di 0 a 0. Nessuna delle due parti ha fatto informazione trasparente e – volendo basarsi solo su questo – bisognerebbe andare contemporaneamente a votare sì e a non votare, pur di non far contento nessuno. Dato che però non si può fare occorre andare avanti con il ragionamento.

Il secondo piano in gioco è quello politico. Il referendum abrogativo non è stato indetto come al solito mediante le 500.000 firme necessarie bensì – ed è un inedito per la storia repubblicana – grazie alla coalizione di nove regioni italiane. Perché queste regioni hanno indetto il referendum? Le ragioni principali sono da ricercarsi nella legge di stabilità con la quale il governo ha accentrato alcune responsabilità delle regioni in materia energetica, tra le quali la gestione delle concessioni di estrazione.
Le regioni potevano fino a qualche anno fa decidere se e come rinnovare le concessioni petrolifere. Poi nel 2006 il governo Berlusconi varò un decreto secondo il quale, recependo una normativa europea, sarebbero state proibite le nuove esplorazioni, trivellazioni ed estrazioni all’interno delle 12 miglia dalla costa. Questo per motivi prettamente ecologici e di pericolo ambientale (subsidenze, eventuali incidenti ecc.). Di conseguenza, allo scadere delle concessioni attualmente in opera, non sarebbero state rinnovate. Le regioni nelle quali si trovavano le piattaforme oggetto di queste concessioni erano lì tranquille quando, in legge di stabilità (la finanziaria, in pratica), il governo Renzi decise di sovrascrivere questa norma permettendo alle piattaforme già operative di restare attive fino alla fine del giacimento ed esautorando le regioni dalla competenza in materia. Comprensibilmente le regioni coinvolte se la presero e da lì nacquero le istanze per sei referendum, cinque dei quali vennero recepiti da legislazioni 91154518c6f0cafa827116d9e4363014_XLsuccessive e quindi annullati mentre uno è quello di cui stiamo parlando.

Personalmente mi sembra che l’obiezione delle regioni abbia senso. Non solo, non mi è nemmeno ben chiaro perché una norma che va a favorire platealmente dei soggetti terzi rispetto allo stato – ovvero le società petrolifere – abbia trovato posto in finanziaria. C’è chi sostiene che la stabilità energetica garantita dalla durata allungata delle concessioni permetta una probabile maggior stabilità economica ma non ho ancora capito se questa sia la sola vera ragione dietro al provvedimento. Quel che è certo è che – dopo le intercettazioni dell’onorevole Guidi – è difficile immaginare un governo Renzi totalmente disinteressato rispetto ai desideri delle compagnie petrolifere. Inoltre la norma varata in legge di stabilità oltre che allungare i tempi delle concessioni sposta anche una competenza regionale accentrandola a livello statale. Dato che non mi è capitato di leggere tra le ragioni dei promotori del no (o dell’astensione) alcuna ragionevole motivazione riguardo a questa scelta, la prendo come una riprova della legittimità delle richieste delle regioni. Dal punto di vista politico, quindi, la bilancia pende spudoratamente dalla parte del sì.

Va considerato anche il fatto che questo referendum si è caricato con il passare delle settimane di un significato politico più ampio. Dato che si parla di acque territoriali e di indipendenza energetica, di combustibili fossili e di possiblità di investimenti, sia dall’estrema destra che dall’estrema sinistra sono piovuti attori interessati a saltare sul carro del . Del resto il rischio è minimo: se dovesse vincere il no o non si arrivasse al quorum si può sempre accusare il governo di aver remato contro, se vince il sì si può cavalcare la tigre del volere del popolo per proporre follie come una crisi di governo. Era inevitabile che i vari movimento cinque stelle, lega nord, forza italia, forza nuova, addirittura casapound arrivassero in aiuto dei movimenti ecologisti, di sinistra e libertà e tutti gli altri storici promotori di qualsivoglia referendum.

Da un certo punto di vista può venir voglia di non andare a votare pur di non portare acqua al mulino di certi estremisti: è anche vero però che le motivazioni politiche di fondo del referendum hanno senso e non lo perdono certo a causa dei vari personaggi che salgono sul carro. Inoltre va considerato che una vittoria dell’astensionismo o del no produrrebbe l’effetto contrario, ovvero un possibile – se sfruttato a dovere – effetto plebiscito per Renzi e il suo esecutivo. Senza contare l’ovvia deduzione, sbagliata ma sicuramente vendibile da parte del governo, “se gli Italiani non si sono espressi su questo tema significa che si fidano del nostro operato su tutto il resto”.

Il terzo piano è quello energetico e ambientalista.
Riguardo alle piattaforme off-shore e alla loro pericolosità è possibile trovare qualsiasi tipo di dato, da quelli fortemente a favore a quelli fortemente contrari. Allo stesso tempo è possibile trovare chi getta maledizioni sui metanodotti e sulle navi per trasporto del gas e del petrolio e chi invece ritiene che sia meglio non rischiare le nostre coste preferendo l’estrazione in territori stranieri e l’acquisto degli idrocarburi da terzi.
Francamente non mi sento abbastanza preparato da questo punto di vista per dire dove stia la ragione. Mi viene da pensare che difficilmente una piattaforma petrolifera potrà essere priva di conseguenze per l’ambiente circostante ma è anche vero che ci sono dati espliciti sulla gigantesca quantità di inquinanti immessi nel mare adriatico dalle navi che già ora trasportano greggio e gas per il fabbisogno italiano.
I promotori del sì hanno risolto il problema sbandierando le rinnovabili e pigliandosi, di conseguenza, sonore risate da parte dei promotori del no: infatti, se è vero che l’Italia produce una quantità notevole della propria energia da fonti rinnovabili, è anche vero che non sarà possibile sostituire a brevissimo termine la quantità di energia che verrebbe a mancare a causa della cessazione delle attività entro le 12 miglia con nuove fonti rinnovabili. È un discorso sensato che però lascia il tempo che trova in quanto non tiene conto della variabilità della richiesta energetica italiana: tra 20 anni, quando finiranno la maggior parte delle concessioni, il fabbisogno energetico italiano sarà aumentato o diminuito? Impossibile saperlo.
Quello che possiamo sapere, invece, è quanta parte dell’energia italiana venga prodotta da materiale estratto mediante le piattaforme che sono oggetto del referendum. Da quanto ho letto in giro sembra che siano quasi tutti d’accordo nel sostenere che il gas (principale prodotto del sottosuolo marino italiano) prodotto dalle piattaforme oggetto del referendum sia il 10% del fabbisogno nazionale. Attenzione però, perché qui c’è il trucco: non esiste un obbligo per le multinazionali che estraggono il petrolio dal sottosuolo italiano di rivenderlo tutto allo stato italiano, anzi. Di conseguenza la quantità di gas estratta dalle piattaforme oggetto del referendum che va effettivamente a colmare il fabbisogno energetico italiano è pari più o meno al 3%. Significa in pratica che se nei prossimi vent’anni dovesse diminuire il fabbisogno energetico italiano del 3% allora l’impatto di un’eventuale vittoria del sarà già stato ammortizzato dai mancati consumi. Ovviamente nessuno può dire se andrà così o meno.

Tirando le somme, la mia opinione non si discosta di molto da quella dei giornalisti di ValigiaBlu, che ci ha regalato peraltro alcune delle migliori informative sul tema. Secondo me e secondo loro “il gioco non vale la trivella”: il mix di centralizzazione normativa e minimo impatto economico del prolungamento delle concessioni rende il decreto della legge di stabilità antipatico, la vittoria del sì sarebbe un piccolo segnale di una volontà della popolazione di andare verso le rinnovabili e di avere attenzione per la salvaguardia ambientale. Infine, una vittoria del sì metterebbe in guardia il governo di fronte ai conflitti di interesse che sembrano sempre più palesarsi al proprio interno.
A fronte di queste riflessioni – e dei dati che ho potuto raccogliere da settimane di letture – sebbene fossi partito fortemente scettico e molto propenso all’astensione ho alla fine deciso di andare a votare e votare sì. Nel caso in cui il referendum dovesse passare dovrò passare qualche giorno turandomi il naso di fronte alle dichiarazioni dei vari personaggi che parleranno di caduta del governo, di mari puliti, turismo e “adesso stop anche alla TAV!”, ma ho l’impressione che passata anche quell’ondata ne uscirà un’Italia un pochino migliore.

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Cos’ho letto per decidere, almeno in questi ultimi giorni:

http://www.valigiablu.it/referendum-trivelle/ – uno spiegone sulle ragioni del sì e del no

http://www.valigiablu.it/petrolio-referendum-sblocca-italia-trivella/ – uno spiegone sulle cause del referendum, con l’endorsement per il sì dal quale ho rubato l’immagine qui sopra

https://mazzetta.wordpress.com/2016/03/21/perche-votare-si-al-referendum-sulle-trivelle/ – uno che più o meno ha fatto il mio stesso ragionamento, solo che l’ha scritto meglio e ha presentato pure una montagna di dati

http://www.ilpost.it/2016/04/12/referendum-trivelle/ – il pro-e-contro del post, silenziosamente schierato per l’astensione

http://www.ilpost.it/ivanscalfarotto/2016/04/03/la-crescita-felice/ – il pesantissimo e intollerabile pippone di Scalfarotto – che più che essere a favore dell’astensione o del no è esplicitamente contro chi vota sì

http://ottimistierazionali.it/referendum-enciclica/ – un surreale articolo del Foglio riguardo a “come votare no e sentirsi a posto con la coscienza riguardo alla ‘casa comune’ di cui parla il Papa nell’enciclica Laudato si'”

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