Disco 2 – Lato A

Label-C

Il primo disco ci ha raccontato tutta la parabola della costruzione del muro dell’alienazione da parte di Pink. Cosa potrà succedere ora?

Il secondo disco, lo dico subito per mettere le mani avanti, è più confuso del primo. I testo prendono una piega più metaforica ed è difficile capire quali parti di narrazione si svolgano nella follia di Pink e quali nel mondo che gli sta intorno. Non mancano però i pezzi memorabili, e soprattutto pian piano ci avviamo verso la conclusione di un percorso che riserva ancora qualche colpo di scena.

Ad aprire la prima facciata del secondo disco è Hey You, uno dei brani più celebri dell’album anche al di fuori del concept: musicalmente perfetto, floydiano nelle atmosfere senza essere un cliché. Pink ha sigillato il proprio muro, perdendo ogni contatto emotivo con il mondo esterno, ma non è ancora sprofondato del tutto nella follia e si rivolge ad un interlocutore immaginato, dall’altro lato del muro.

Hey you! out there on your own
Sitting naked by the phone, would you touch me?
Hey you! with your ear against the wall
Waiting for someone to call out, would you touch me?

Il refrain dopo la seconda strofa passa alla terza persona ed è una specie di narratore onniscente a raccontarci, in pochissime parole, quello che succederà a Pink di lì a breve.

But it was only fantasy
The Wall was too high, as you can see
No matter how he tried he could not break free
And the worms ate into his brain.

Trial6

I vermi sono una metafora molto specifica: per Waters rappresentano il fascismo, inteso in senso allargato come una condizione mentale che porti a credere soltanto in un potere gestito dall’alto attraverso la violenza e la sopraffazione. I vermi che mangiano il cervello di Pink sono la materializzazione dell’unica via d’uscita dall’isolamento che gli può permettere di non scendere a compromessi con gli altri, schiacciandoli.

Sul finire di Hey You sentiamo in sottofondo una televisione accesa mentre delle note di sintetizzatore creano un tappeto sonoro sul quale si spiega una domanda reiterata: Is there anybody out there? E’ quindi il suono di una chitarra classica a cullarci in quello che è uno dei pochi momenti di serenità, almeno apparente, di tutto il disco. Roger Waters definì questo brano come un pezzo d’anima.

Il brano successivo è probabilmente il più Watersiano di tutta l’opera. Piano, voce e sottofondo d’orchestra, Nobody Home è il prototipo di tanti pezzi sommessi con il testo in evidenza che farciranno The Final Cut, successiva opera dei Pink Floyd, e la carriera solista di Waters. E’ sempre Pink in prima persona a parlare, descrivendo la propria condizione di isolamento mentale e fisico, con molti riferimenti alla solitudine in cui si vengono a trovare le rockstar in tournée.

I’ve got a little black book with my poems in
Got a bag with toothbrush and a comb in
When I’m a good dog they sometimes throw me a bone in
I got elastic bands keeping my shoes on
Got those swollen hand blues
I’ve got 13 channels of shit on the T.V. to choose from

Poi il monologo si rivolge ad un’ipotetica seconda persona. Potrebbe essere un tentativo maldestro di contattare qualcuno al di fuori del muro, o potrebbe essere qualcuno dal di fuori che tenta di raggiungere Pink, ormai alienato.

And that is how I know
When I try to get through
On the telephone to you
There’ll be nobody home

05Nobody_HomeNella seconda strofa si fanno più espliciti i riferimenti ai problemi forse più diffusi nel mondo del rock, ovvero la tossicodipendenza e la depressione. I riferimenti sono stati spesso colti come indirizzati nuovamente a Syd Barrett, icona di solitudine inviolata, ma forse non è sbagliato vedere anche degli accenni alla situazione che stava vivendo all’epoca Richard Wright, membro a metà del gruppo, completamente immerso nella cocaina e alle prese con un matrimonio allo sfascio.

Ricompare qui l’ “Oooooh baby”, che come abbiamo visto sottolinea i momenti di più alta pietà per la condizione di Pink.

I’ve got wild staring eyes
And I’ve got a strong urge to fly
But I’ve got nowhere to fly to
Ooh Babe when I pick up the phone
There’s still nobody home

In Vera Pink ritorna col pensiero all’infanzia e riflette sulle promesse che gli sono state fatte ma non mantenute. Vera Lynn, citata esplicitamente nel testo, è una cantante britannica nata nel 1917 e divenuta famosa durante la seconda guerra mondiale. A soli 17 anni con le sue canzoni ispirava fiducia al popolo britannico e galvanizzava i giovani che decidevano di arruolarsi. La sua figura diventa quindi per Pink, e presumibilmente per Waters, il simbolo delle promesse di riscatto bellico infrantesi contro il muro del non ritorno. Il non ritorno del padre ma, vedremo a breve, il non ritorno di un’intera generazione.

Does anybody here remember Vera Lynn?
Remember how she said that
We would meet again
Some sunny day?
Vera! Vera!
What have become of you?
Does anybody else in here
Feel the way I do?

Il primo verso è da intendersi come una domanda retorica: “Chi non conosce Vera Lynn?”. Nel Regno Unito infatti la cantante è molto famosa, al punto che una raccolta di suoi pezzi l’ha riportata in cima alle classifiche alla veneranda età di 92 anni.

Il tema del non ritorno, a questo punto della storia, può essere considerato non solo come il riferimento al padre di Pink ma anche a Pink stesso. In fondo la paura del non ritorno è il tema centrale intorno al quale ruota tutto il disco, e non è un caso che Roger Waters abbia definito il breve pezzo che segue, Bring the boys back home, come il pezzo centrale di The Wall, quello che ne racchiude il significato più profondo.

…it’s partly about not letting people go off and be killed in wars, but it’s partly about not allowing rock and roll, or making cars, or selling soap, or getting involved in biological research, or anything that anybody might do … not letting that become such an important and ‘jolly boy’s game’ that it becomes more important than friends, wives, children, or other people. (Roger Waters intervistato il 30 novembre 1979 a BBC Radio One)

Il pezzo di per sè non è un granché: un rullante a tempo di marcia introduce una fanfara militare ed un coro, sul quale svetta la voce di Waters, urla ripetutamente la frase che dà il titolo al brano: Riportate a casa i ragazzi, non lasciateli soli, riportate a casa i ragazzi!

Non so sinceramente quanti fan dei Pink Floyd possano aver avvertito l’importanza centrale di questo pomposo pezzo di poco più di un minuto all’interno della storia. Di sicuro Waters aveva ben chiara questa cosa, tant’è che il brano – in una versione estesa – finì anche come lato B di un singolo pubblicato nel 1982 in concomitanza con la realizzazione del film.

Se Bring The Boys Back Home è un pezzo centrale ma sottovalutato lo stesso non si può dire per il brano seguente, Combortably Numb. Pink è una rockstar e la sua alienazione lo sta portando ad essere sempre più isolato dal resto del mondo. A ben pensarci tutto questo lato del disco, finora, è stato ambientato soltanto nella testa di Pink e nelle sue paranoie, senza alcuna interazione con il mondo esterno o con altre persone. Possiamo immaginarlo quindi in una camera d’albergo, solo e strafatto, in preda alle proprie riflessioni nostalgiche e pessimistiche. Il mondo dello show business però non può permettere che una macchina da soldi perda colpi in questa maniera, ed è così che il management irrompe nella stanza e cerca il più velocemente possibile di rimettere in piedi Pink. C’è un concerto da fare, uno show da portare a termine.

Hello,
Is there anybody in there?
Just nod if you can hear me
Is there anyone at home?
Come on now,
I hear you’re feeling down
I can ease your pain
And get you on your feet again

Mentre i medici tentano di rimettere in sesto Pink lui si fa un altro viaggione, che lo riporta un’altra volta verso l’infanzia. Ricorda di un momento preciso, una febbre che lo colse da bambino e lo mandò in uno stato di torpore insensibile molto simile a quello in cui versa ora. Ricorda con piacere quella sensazione, l’essere diventato piacevolmente insensibile di fronte agli eventi esterni. E’ questo il momento in cui Pink si convince definitivamente che l’unico modo per affrontare il mondo esterno, come gli viene richiesto, è farlo con la violenza che il suo ruolo da rockstar gli permette. Il comando insensibile del proprio pubblico, ecco quello che può salvarlo. Non è difficile vedere in questa deriva uno specchio di quella sensazione di rapporto malato tra pubblico e artista che Waters ebbe ben presente durante l’In The Flesh tour.

When I was a child I had a fever
My hands felt just like two balloons
Now I’ve got that feeling once again
I can’t explain, you would not understand
This is not how I am
I have become comfortably numb

E’ di nuovo il medico che interagisce con Pink, che viene letteralmente buttato sul palco.

Can you stand up?
I do, believe it’s working, good
That ‘ll keep you going through the show
Come on, it’s time to go.

La riflessione di Pink mentre tutto questo gli capita intorno è amara e definitiva. L’infanzia è finita, il bambino è andato, ormai è insensibile a qualsiasi cosa e gode nell’esserlo.

When I was a child
I caught a fleeting glimpse
Out of the corner of my eye
I turned to look but it was gone
I cannot put my finger on it now
The child is grown
The dream is gone
I have become comfortably numb

Il brano – e con esso il lato – si chiude con un assolo di chitarra rimasto nella storia per la potenza espressiva di Gilmour, qui più presente che in qualsiasi altro brano del disco. Si tratta infatti di uno dei pochi pezzi alla cui scrittura Gilmour collaborò intensivamente, tant’è che poi rimase un cavallo di battaglia sia dei Pink Floyd guidati da Gilmour, sia del Gilmour solista che dei tour di Waters, particolarmente affezionato al testo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.