Fenomenologia di un fallimento

Nella mia città ci sono tre negozi di dischi. Non posti dove si vendono anche i dischi, tipo MediaWorld o mercatini. Parlo di negozi che vendono solo quelli, dalla mattina alla sera. Immagino ce ne siano anche altri, ma questi tre vendono anche dischi in vinile, ed è di questo che voglio parlare.

Il primo negozio è una specie di istituzione: vende soltanto vinili da sempre, ha avuto i CD per un po’ ma poi li ha svenduti tutti e ora gliene restano solo pochissimi dietro alla porta, e nessuno li compra. Il proprietario è un duro e puro, collezionista (anche se dice sempre che “ormai non tiene più niente in casa, tanto se vuole mettere su un disco si ascolta quello che ha in negozio”) e frequentatore dei mercatini. Ha giro, compra dalle radio e ha amici dappertutto. Insomma, il tipico negozio di dischi come te lo immagini. Peccato che il volume di affari, nonostante la timida ripresa del vinile, sia sempre calante dato che di soldi ne giran pochi, e quindi l’umore del proprietario medesimo non sia mai dei migliori. Ma proprio mai. Anche questo, volendo, potrebbe far parte del personaggio e dare un tono al negozio, un po’ come il Guccini-barista di Radiofreccia.

Per ingrandire il volume di affari il proprietario ha deciso di mettere su un sito e ha messo su un sito molto, molto figo. Tramite il sito è possibile sfogliare tutto il catalogo presente in negozio, ed immagino sia stato un grosso lavoro indicizzare tutta la collezione e giudicare di ogni pezzo il valore approssimato. Non solo, ma direttamente dal sito è possibile prenotare i dischi per poi andarseli a prendere con calma. In pratica un sostituto di Amazon proprio sotto casa. Non male, no?

Il problema è che, proprio per il fatto che catalogare una montagna di dischi è un lavoro che porta via tempo, e di dischi lì ce ne sono davvero davvero tanti, i prezzi dei dischi si trovano online ma non sono riportati sugli stessi. Mi è capitato di andare in negozio, sfogliare i dispenser e trovare qualche pezzo interessante, chiedere quanto costasse e sentirmi rispondere “devi guardare sul sito”. Ora, anche se non siete dei collezionisti capite anche voi che – una volta che il cliente ha il disco in mano e lo guarda con quello sguardo lì – il disco è già mezzo venduto. Si tratta di fare un prezzo proporzionato alle tasche tue e del cliente, e non sempre il trucco riesce. L’ideale sarebbe apporre delle etichette sulle copertine di plastica con il prezzo, magari sul retro. Così il collezionista avido – ma tirchio – prende il disco, lo gira e nel girarlo già si è fatto un’idea mentale di quanto potrebbe costare. Quando legge il prezzo può corrispondere alla sua idea, allora lo rimette giù; ma se è un pelino, anche solo un pelino più basso, ecco che hai fatto breccia nel suo cuore di appassionato irrazionale.

Se invece liquidi il tutto con un “eh, devo guardare nel sito, aspetta…” e iteri la scena per ogni disco interessante che posso tirare fuori, è chiaro che qualcosa non funziona. Il negozio può funzionare come sostituto di Amazon, ma perde la sua altra funzione fondamentale, ovvero quella di attrarre i collezionisti e spingerli a ravanare negli scatoloni.

A questo comportamento rischioso bisogna aggiungere che, com’è comprensibile essendo un negozio storico, focalizzato sul vinile e dotato di un sito ben funzionante, i prezzi in questo posto non sono mai iper-convenienti. Diciamo che girando metaforicamente il disco non capita mai di vedere un prezzo minore di quello immaginato, e quando scorrendo il sito ho un sussulto è sempre perché trovo dei dischi che non ho visto facilmente in giro, e non perché trovi delle cosiddette occasioni. E se sei online e non hai occasioni purtroppo c’è un vicino di casa molto ingombrante che rischia di farti ombra: discogs. Perché i collezionisti sono molto appassionati ma molto tirchi, e se dai loro la possibilità di comprare un disco da 300€ venendo da te a vederlo prima di sganciare probabilmente lo faranno, ma per quelli da 30€ beh… se li trovano a 15€+spedizione su discogs magari ci fanno un pensierino.

Il risultato di questa combinazione è presto detto: dato che non mi piace contrattare sui prezzi, e soprattutto quando il proprietario ha la luna storta non ci si può permettere di chiedergli nulla, tendenzialmente quando vado rovisto nei cestoni dei dischi a 5 euri, che mette da parte quando ha bisogno di liberare spazio perché arrivano dei carichi di rarità. Faccio la figura del pezzente e sicuramente mi odia, ma almeno posso fare un conto mentale di quanto spenderò senza dover chiedere nulla.

Il secondo negozio della città è in pieno centro, praticamente in piazza. Vende per lo più CD e DVD, un po’ di merchandising e qualche cassetta. E’ altrettanto storico ma evidentemente è sempre stato più dedito ad una clientela generica, per cui non si respira affatto l’atmosfera indie del negozio di cui sopra. Comunque anche qui, in fondo al negozio, c’è una libreria in continua espansione con vinili usati, e accanto una con i dischi nuovi, sia ristampe che nuove uscite.

Il negozio come dicevo è storico, tant’è che il proprietario ha deciso di utilizzare un metodo tutto suo per valutare la salute dei dischi: un numerino piccolo piccolo, da 2 a 5, che viene scritto sull’etichetta con il prezzo apposta dietro alla copertina di ogni copia. 2 sta per “disco da non suonare, solo per bellezza”, 5 per “come nuovo”. Il problema è che questa legenda non sta scritta da nessuna parte, ed ho avuto il piacere di sentirmela spiegare dal titolare solo dopo aver riportato indietro un disco acquistato che presentava dei segni di usura decisamente eccessivi. Il proprietario non ha opposto resistenza al cambio del disco, ma ad un prezzo inferiore a quello a cui l’avevo comprato due giorni prima: non un reso, in pratica, ma una compravendita in piena regola, come se fossimo ad una fiera del disco. A nulla sono valse le mie rimostranze, anche perché di fronte all’evidenza che il disco non suonasse bene mi sono sentito rispondere che “eh beh, cosa pretendi, hai visto che è da 3”. Intendeva 3/5 ovviamente, in base alla sua personalissima scala non condivisa.

Baby

I dischi vengono venduti sigillati in buste di plastica che vengono aperte al momento del pagamento, per cui non si può verificare ad occhio se il numerino minuscolo sull’etichetta corrisponda ad una evidente usura o meno del supporto. Di fatto bisogna fidarsi. Lì ho comprato molti dischi, dato che non hanno particolari rarità ma i prezzi sono di solito buoni, e a parte quello che sono andato a cambiare non sono mai stato deluso. Però il comportamento del titolare nei miei confronti non è mai cambiato, e la sensazione che provo entrando è quella di dover essere sempre guardingo, sapendo che dall’altra parte del bancone non ho un amico che mi potrà consigliare, ma un avversario convinto che io lo voglia depredare. Se qualcuno entra e gli chiede dei consigli, cosa che non ho fatto ma capita spesso quando sono lì, le rispose sono vaghe e circospette. Si intuisce che il proprietario di musica ne sa, ma sembra infastidito all’idea di dover aiutare una clientela per la quale, si intuisce facilmente, non ha alcun rispetto: spesso mentre ci sono clienti all’interno ferma la musica ed accente la TV, ridacchia guardando gli appassionanti programmi della TV generalista pomeridiana o si lascia andare in lunghe tirate con la propria dipendente o con un cliente riguardo al declino della città o del proprio lavoro.

Il terzo negozio è principalmente un negozio di CD, situato accanto alla libreria indipendente più famosa della città. Entrando si sente sempre della buona musica e si viene attirati da una piccola parete cosparsa di CD, anche di difficile reperibilità, a prezzi più che modici. Nell’altro angolo della stanza ci sono i dischi, pochi a dire la verità. Per metà sono costose nuove uscite o ristampe, anche queste non molte ma scelte con senno, e per l’altra metà di recente sono apparsi dei dischi usati, anche qui pochi titoli ma abbastanza ben selezionati. Proprio da quest’ultima sezione stavo per acquistarne uno qualche giorno fa, se non che giunto alla cassa dopo aver chiesto informazioni sulla qualità del disco mi sono sentito apostrofare che “per cinque euro, non avrei potuto pretendere di portare a casa un disco ascoltabile”. Peccato che la mia collezione sia composta in maggior parte da dischi comprati intorno a quella cifra, perfettamente ascoltabili. Non solo, ma partendo da questo spunto di riflessione il titolare si è lasciato andare in una lunga tirata su quanto difficile sia vendere vinili usati, perché “dovresti ascoltarli prima, ma non ho voglia quindi metto un prezzo più basso perché non so come si sentano”. Insomma, deve venderne per forza perché – poveretto – ultimamente c’è domanda di dischi in vinile più che di CD, ma se fosse per lui venderebbe solo questi ultimi. Non solo, ma dice che è stato un bel momento quello in cui hanno smesso di uscire i vinili ed hanno iniziato a produrre soltanto CD, perché così è scomparso il mercato dell’usato e ha smesso di avere a che fare con collezionisti pigna-in-culo. Una riflessione triste ma legittima, peccato che dirlo a me sia inutile se non dannoso. Qual è l’effetto che ha ottenuto? Che benché abbia dei dischi usati apparentemente in buono stato e a buoni prezzi non ne comprerò mai da lui, perché so che non li ha ascoltati prima di prezzarli e non oso immaginare cosa accadrebbe se gliene riportassi indietro uno perché salta.

Ora, a cosa serve una tirata del genere oltre che a permettermi di sfogare i fastidi repressi? Serve a spiegarvi perché, ultimamente, mi faccio meno problemi ad acquistare online. Sia chiaro, ho letto l’articolato approfondimento su Amazon pubblicato da Internazionale qualche settimana fa e mi ha dato da pensare: so bene che i colossi della vendita online sono di fatto la grandissimissima distribuzione e che la loro egemonia andrebbe a danneggiare non solo le botteghe, ma anche le catene fino ad arrivare al paradosso di avere a disposizione online qualsiasi cosa ma non poter più fare esperienza dell’acquisto diretto. E potete immaginare, da collezionista di dischi e appassionato di fumetti, quanto tenga a un certo tipo di ambiente e di esperienza.

La verità però è che mi sono rotto. Odio la frustrazione che mi coglie spesso, troppo spesso, quando torno dai negozi di cui vi ho parlato più sopra perchè quasi sempre ho l’impressione di essere uscito da una lotta e non da un incontro a base di consigli. L’esperienza di acquisto è un termine che non ho certo inventato io e che i bottegai dovrebbero avere bene in mente, perché è su questo che si gioca la loro sopravvivenza, ma così non è. E allora se Amazon è il Leviatano che alla lunga mangerà i piccoli rivenditori e i piccoli rivenditori sono dei rancorosi che non vedono più in là del proprio naso non rimane che affidarsi a discogs. Una community online dove si trovano piccoli e grandi rivenditori, e al prezzo (caro) dell’acquisto differito è possibile portare a casa bei dischi a prezzi adeguati. E – nella maggior parte dei casi – senza patemi.

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