Grattami la schiena, che poi io ti gratto a te

Non bisognerebbe mai mai dare i voti ai dischi. Mai. Menchemeno alle canzoni di suddetti dischi! Però è anche vero che non bisognerebbe mai mai pubblicare un disco di cover di proprie canzoni rifatte da altri, quindi direi che siamo pari. Ecco le mie sentenze su I’ll scratch yours.

scratch– I don’t remember: molto Byrne style, non aggiunge granché ma è un buon inizio. 7
– Come talk to me: Bon Iver insopportabili, come al solito. Lunga e tediosa. 4
– Blood of eden: un po’ sforzati i tentativi di modificare la melodia originale, ma bello l’arrangiamento e la parte vocale. Alleggerita e resa più pop, con il rovesciamento delle voci maschili e femminili rispetto all’originale. Non male, anche se quasi inutile. 7
– Not one of us: piatta, l’idea di renderla più elettronica sarebbe adatta al pezzo ma l’arrangiamento non rende giustizia. 4.5
– Shock the monkey: Molto Lou-Reed-Style ma cantata in stile Gabrielliano, è l’esempio di cosa mi sarei aspettato di trovare qui. La canzone non viene modificata sostanzialmente ma presa da un punto di vista totalmente diverso. Ben fatto e coinvolgente. 8
– Big Time: Okay, è Randy Newman e canta così e te lo devi tenere. Il pezzo inizia piano e voce, come era lecito aspettarsi, con qualche inserto esterno a colorare un po’. Poi ad un certo punto diventa una specie di swing sbilenco da locale notturno quasi un po’ da Ray Charles. E’ il cambio di atmosfera che non ti aspetti, ma poi cambia ancora e ancora. Camaleontica  ma scorrevole. 8.5
– Games without frontiers: esattamente come te l’aspetti fatta da loro, base ritmica invariabile e coretti. Ogni tanto stoppa e ripare uguale identica, ad eccezione di qualche rumorino. E sì che il pezzo si prestava non poco ad un ArcadeFireTreatment. 5
– Mercy Street: Un ri-arrangiamento dell’originale, senza cambiare molto dell’atmosfera e nulla della melodia. 6
– Mother of violence: scritta da Gabriel, sfregiata con gusto dalla chitarra di Fripp (“eccolo che torna dal bagno e fa sentire che è tornato”, ebbe a dire mia madre) ed ora riproposta da Eno. Ne esce un brano che non c’entra niente con l’originale, ma dà l’impressione di essere costruito apposta per questo, senza molto sentimento. De-costruzione e non ri-costruzione. Apprezzabile il tentativo, ma da Eno uno si aspetta di più. 6-
– Don’t give up: il brano più difficile da approcciare della raccolta, dato che vive del duetto Gabriel-Bush. Le voci vengono qui scambiate e l’arrangiamento è più soffuso per fare spazio alla voce di Leslie Feist. Ne risulta una cover tanto bella quanto inutile, perfetta per la radio o per una cena fra amici tanto quanto per una serata romantica. Ma non si può dire che abbiano lavorato di re-interpretazione. L’assolo di violino alza il voto di un mezzo punto. 6.5
– Solsbury Hill: se vi piace Lou Reed probabilmente vi piacerà anche questa cover. A me non piacciono né l’uno né l’altra. Però si capisce che lo fa apposta, quindi non è una cover malrisucita, bensì un esperimento sulla cui bontà ho riserve. 5
– Biko: Paul Simon l’aveva già fatta, Biko, quindi non varrebbe, ma è talmente bella che gliela perdoni. Un brano tribale, di pure percussioni o quasi, rigenerato con la chitarra acustica in un percorso all’indietro che dall’inno di rabbia e di attivismo anni ottanta ritorna ad un primigenio stile “à la Joan Baez”, e solo un esponente di quella generazione avrebbe potuto farlo senza perderci la faccia. 9

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