I miei dischi del 2015

Tanta gente brava che ne sa a pacchi ha definito prima della fine dello scorso anno la propria “top five del 2015”. Io, che ne so di meno e sono più pigro, ho trovato solo ora il tempo di spulciare quali fossero gli album del 2015 che ho ascoltato di più.
Quella che segue quindi non è una classifica e non è limitata a cinque posti: si tratta semplicemente dei dischi del 2015 che ho ascoltato di più e con più soddisfazione. Non dico che siano i migliori, e nemmeno che siano i soli degni di ascolto fra quelli usciti nell’anno appena passato: è solo una breve lista di opere che spero non verranno dimenticate, dato che secondo me meritano.

tre-allegri-ragazzi-morti-abbey-town-jazzTre allegri ragazzi morti & Abbey Town Jazz Orchestra – quando eravamo swing, uscito a maggio, giusto in tempo per il tour estivo con la big band.
I TARM in salsa swing non me li sarei mai aspettati e mi hanno stupito: i pezzi brillano e spesso sembrano stati scritti in questa veste, anche se sappiamo che così non è. Il disco, registrato in presa diretta, riesce perfettamente a cogliere tutte le sfumature e il tiro del connubio TARM+ATJO. I pezzi più tirati vengono ammorbiditi agli angoli e quelli più dub acquistano ulteriore brio. Lo riascolto spesso e volentieri e ogni volta scopro qualcosa di nuovo.

 

 

 

 

 

fabi-silvestri-gazzè-il-padrone-della-festa-liveFabi, Silvestri, Gazzè – Il padrone della festa live, uscito ad aprile 2015
Il Banana Republic dei nostri tempi. Il trio si dimostra il miglior connubio di cantautori italiani della media generazione (perché di nuova non possiamo parlare, dato che hanno quasi cinquant’anni): le canzoni che hanno scritto insieme erano tra le più valide del 2014 e si dimostrano ancor più valide in versione live, mentre i pezzi solisti cantati insieme salgono tutti di un gradino diventando dei classici all’istante. Sono l’unica band o artista che abbia “seguito” in tour, avendoli visti in tre date diverse, e ogni volta ho notato nuove alchimie e una intesa sempre maggiore: il cofanetto 2CD + 2DVD è un’eccellente diapositiva di tutto questo e riporta una fedele istantanea di quelle che sono state delle performance contemporaneamente precise ed entusiaste, come capita di raro ad artisti in giro da più di 25 anni.

 

 

 

 

unthanksmountThe Unthanks – mount the air, uscito a febbraio 2015
Due sorelle, un po’ come le CocoRosie, ma con alle spalle un’intera famiglia di musicisti come si conviene alle latitudini britanniche elevate. Una cultura musicale che affonda le radici nel folk del Northumberland, unita alla passione per artisti diagonali come Anthony and the Johnsons e Robert Wyatt. Il risultato è il disco invernale del 2015 per eccellenza, le cui perle più pregiate sono i due pezzi lunghi: arrangiamenti soffusi e di classe, impasti vocali ben fatti, due voci distanti e complementari tra loro. Da meditazione.

 

 

 

 

 

bf8aef6ac98674b47a080cb9707acef6.720x720x1Denai Moore – elsewhere, uscito ad aprile 2015
Una delle rivelazioni dell’anno, per quanto mi riguarda. La formula è semplice: una giovane cantautrice britannico-giamaicana con idee melodiche valide, prodotta in modo da tramutarla in qualcosa di più pop-soul come va di moda adesso. Il risultato è un disco che non sono sicuro sia quello che Denai Moore aveva in mente all’inizio, e suona a volte over-prodotto, ma lascia trasparire bene le idee di fondo che sono tante, e sono belle. La voce di Denai ha a i toni ora potenti e ora afoni che vanno per la maggiore ultimamente (penso a Rihanna) ma quando il tono diventa sommesso fa più pensare alla Tracy Chapman degli esordi. Le canzoni sono in media molto belle con alcune vette ottime, tant’è che viene da pensare che se sulla copertina ci fosse scritto Adele anziché Denai Moore certi pezzi ce li saremmo trovati allegramte in cima alle classifiche. “Blame it” è la canzone pop dell’anno, altro che “Hello”, quindi se non l’avete ancora sentita andatevela a cercare adesso.
Il disco lo trovate in LP+CD su Amazon a pochi €, approfittatene prima che diventi giustamente famosissima 😉

 

 

 

die-io-sono-un-caneIosonouncane – die, uscito a marzo 2015
Di questo disco hanno scritto in tanti, è in testa praticamente a tutte le classifiche di fine anno dei periodici che trattano la musica indipendente italiana. Jacopo Incani è riuscito nella difficilissima impresa di creare un genere nuovo, una musica nuova e stratificata, a partire da idee cantautorali sublimate con l’elettronica. Il fatto stesso che il disco sia stato portato in tour in due modalità, con show solitari voce+elettronica e show acustici, è lo specchio della potenza dell’idea che c’è dietro. Un disco difficile ma che regala soddisfazioni, un concept-album che racconta una storia narrandone le sensazioni con delle brevi frasi evocative anziché usando dialoghi o descrizioni.

 

 

 

 

 

King-Crimson-Live-At-The-OrpheumKing Crimson – live at the Orpheum, uscito a gennaio 2015
Nel 2014 i nuovi King Crimson a sette teste, con tre batterie e sassofono al seguito, erano tornati on the road con un tour americano. Ovviamente i fan provenienti dal resto del mondo sono subito impazziti, chiedendo a gran voce la pubblicazione di un concerto integrale del tour.
Fripp ovviamente ha accolto le loro richie$te ma senza fuggire l’occasione di creare del nuovo hype intorno alla band: ecco quindi un disco breve, sette brani tratti dalle scalette degli show all’Orpheum. Un mix audace permette, chiudendo gli occhi, di sentire il posizionamento di ogni singolo elemento della band nello spazio stereo, dando l’impressione di essere realmente davanti al palco. Avendo avuto il piacere di vedere questi King Crimson dal vivo posso garantire che quello che è racchiuso in Live at the Orpheum è nemmeno metà della potenza che viene realmente sprigionata live dalla band, ma trovo che tutto sommato il mix di Jakko e Gavin renda onore ai singoli musicisti e sia una corretta presentazione “analitica” della band. In attesa del nuovo tour europeo nel 2016 e – possibilmente – dell’uscita di un live con una performance integrale.

 

 

 

joejackson_photo_fast-forwardJoe Jackson – fast forward, uscito a ottobre 2015
Una delle caratteristiche di Joe Jackson è di aver mantenuto nel corso degli anni una media piuttosto alta della qualità dei pezzi e il nuovo Fast Forward non fa che confermare questa tendenza: sedici ottime canzoni, registrate in quattro studi discografici in altrettante città sparse per il globo, con quattro diverse band e di conseguenza quattro diversi approcci. Lo stile di JJ non si sposta di un millimetro da quanto abbiamo già sentito negli anni ma – diamine – che bisogno ce n’è? Per chi avesse voglia di stranezze c’è di che riempirsi le orecchie nella sua discografia passata, questo è classic-Joe al top della forma.

 

 

 

 

 

halfmoonrunHalf moon run – sun leads me on, uscito a ottobre 2015
“Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista”, diceva CapaRezza. Ed aveva ragione.
Aspettavo gli Half moon run al varco del secondo disco con molto timore: non riuscivo a togliermi dalla testa la paura che potessero aver giocato tutte le carte migliori nel loro primo album, l’ottimo Dark Eyes. All’ascolto del primo singolo da “Sun leads me on” le mie paure sembravano confermate: un approccio più leggero, idee melodiche semplici e apparentemente derivative da altri gruppi celebri ai quali peraltro hanno fatto da spalla in questi anni di pausa. Ero pronto a sentenziare – malignamente – la morte creativa di questo gruppo così giovane.
Invece no: Sun lead me on è un album che ha bisogno di ripetuti ascolti per permettere alle melodie e agli arrangiamenti di entrare in profondità e solo lì dimostra il proprio valore. Ottime canzoni, seppur diverse e più solari rispetto al disco di esordio: un gruppo che meriterebbe anche di essere visto live, per chi volesse averne la possibilità sappiate che saranno a Milano, al circolo Magnolia, nel marzo 2016.

 

 

 

blur-the-magic-whipBlur – the magic whip, uscito ad aprile 2015
Come si fa a pubblicare un disco nuovo dopo 12 anni, carichi di aspettative da parte della critica e dei fan? I Blur hanno trovato il modo migliore: si sono chiusi in studio a Hong Kong durante una pausa involontaria in mezzo ad alcune date dal vivo e hanno buttato giù delle idee. Tornati a casa, mesi dopo, Damon Albarn e Graham Coxon hanno ripreso quelle idee e insieme a Stephen Street, produttore storico della band, e le hanno tramutate in canzoni fatte e finite, complete di parti vocali. Il risultato è un disco che suona Blur al 100% ma al contempo riporta le tracce evidenti dei percorsi solisti dei suoi membri, o almeno dei due più famosi. Un album accessibile ma anche approfondito, che resiste alla prova degli ascolti ripetuti nel tempo.

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