In camera

The chamber of 32 doors è un capolavoro di dinamica, di interpretazione, di incastri ma soprattutto un capolavoro di arrangiamento. Ed è proprio l’arrangiamento secondo a rendere i Genesis diversi dagli altri gruppi prog dell’epoca. La chitarra nelle loro canzoni non importa per il solo suono né per i riff e negli assoli o negli accordi non c’è alcuna concessione alla personalizzazione, se la intendiamo come il far trasparire l’essere umano dietro allo strumento. Lo stesso vale per le tastiere, il basso, la batteria, perfino per la voce. Ogni suono vale per il ruolo e per il peso che ha nella globalità della canzone.

Al prog viene spesso rimproverato di aver posto l’attenzione sulla bravura dei musicisti, producendo musica finalizzata alla manifestazione delle personalità dei singoli. Si tratta di una generalizzazione che è particolarmente errata nel caso dei Genesis. Non c’è spazio per nessun ego, per nessuna primadonna nei Genesis fino al 1980 (e forse anche dopo). Tutto è finalizzato al suono del singolo brano, ogni nota è posizionata nel posto giusto per creare una amalgama che trasporti l’ascoltatore. E’ una musica orchestrale che però non scimmiotta le strutture classiche, perché è orchestrale nello spirito e corale nel modo in cui viene realizzata. E quando questo spirito corale si unisce ad un’ottima scrittura e alle doti drammatiche di Peter Gabriel, allora è pelle d’oca assicurata.

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