In esposizione

Uno dei sottintesi della musica registrata, quella che ascoltiamo per la maggior parte del tempo, è che il prodotto finito sia meglio del procedimento che ha portato a realizzarlo. Le prove in studio sono noiose e le edizioni deluxe dei dischi che contengono demo sono nella maggior parte dei casi una palla cosmica. Non sempre ovviamente, però quasi sempre.

Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato in questo approccio: di fronte alla crisi di vendita del supporto discografico molti artisti hanno cominciato a prestare attenzione maggiore alle performance live e alcuni di essi si sono chiesti se si potesse dare una nuova attenzione anche al momento precedente, quello della realizzazione del prodotto discografico.

A fare da apripista di questa esperienza fu – da quel che ricordo – PJ Harvey, che compose e registrò l’intero “The hope six demolition project” in un mese di sessioni da 45 minuti all’interno della Somerset House a Londra in una installazione-progetto al quale poteva assistere il pubblico attraverso un vetro specchiato. Ne uscì un gran bel disco.

Il passo successivo in questa direzione sembra averlo percorso Esperanza Spalding con il nuovo “Exposure”. Esperanza infatti si è chiusa in una sala di registrazione per 77 ore filate, dal 12 al 15 settembre 2017, dormendo e mangiando e componendo con i propri musicisti senza avere materiale precedentemente preparato. Ha ripreso il tutto in diretta su Facebook e ha composto, arrangiato e registrato in diretta l’intero disco. 44 minuti di musica realizzati in pubblico da cima a fondo. Al termine delle 77 ore le canzoni così composte sono state assoggettate ad un procedimento di mixing e quindi incise su CD e su vinile in edizione ultra limitata: solo copie fisiche, esattamente 7.777 in tutto il mondo e pre-ordinate sul sito dell’artista. Nessuna edizione digitale ufficiale, nessuno streaming.

[Nel video di una esecuzione, ancora acerba e con un testo fatto prevalentemente di indicazioni ai musicisti, di “Heaven in pennies”]

Ma il disco com’è? Dopo il dedalo narrativo e la densità compositiva di “Emily’s D+Evolution” questo “Exposure” si dimostra un disco più lineare ma non quanto lo si potrebbe immaginare; l’abilità di Esperanza e dei suoi musicisti infatti è tale da aver permesso loro di realizzare un album tanto rapido nella concezione quanto denso nei contenuti. L’eclettismo della voce e delle melodie di Esperanza rimangono al centro dell’attenzione ma a stupire sono soprattutto i dettagli: i brevi assolo di piano o di mellotron, i featuring, le introduzioni. Sono i piccoli dettagli a meravigliare in questo album concepito a tempo di record.

Probabilmente non si tratta di un capolavoro ma l’insieme della elaborata gestazione e il risultato più che convincente renderanno Exposure uno di quei dischi di cui si parlerà a lungo, se non altro come punto di riferimento per altre esperienze simili. Per chi ama la voce e la musica di Esperanza è anche la prova di una capacità compositiva sempre più palese e di una altrettanto palese, bruciante passione.

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