Lorenzo 1994

Negli ultimi giorni con la pubblicazione dei titoli che usciranno per il Record Store Day 2018 si è fatto un gran parlare di #ristampeinutili. Ho deciso di fare coming out dichiarando due ristampe veramente inutili che ho comprato di recente.

La prima ristampa inutile è questa, Lorenzo 1994 di Jovanotti, un disco che è stato fondamentale nella mia crescita e pre-adolescenza; quando uscì avevo dieci anni e lo ascoltavo di nascosto in camera di mio zio. Di nascosto perché, ovviamente, era un disco con le parolacce: “Serenata rap / serenata metropolitana / mettiti con me / non sarò un figlio di puttana” era un verso molto difficile da spiegare a mia nonna. Sentivo però di dovermi misurare con quell’album, anche perché all’epoca Jovanotti si sentiva dappertutto dalle radio alle giostre e Penso positivo, Voglio di +, Serenata Rap e Piove erano stati singoli di successo oggi inimmaginabile.

Lorenzo 1994 mi parlava in maniera indiretta. Mi sembrava parlasse direttamente a mio zio (che all’epoca di anni ne aveva 30) e ascoltare quel disco fosse un modo per sapere in seconda persona quello che lo zio stesso avrebbe voluto dirmi. In fondo se l’aveva comprato voleva dire che lui ci si rivedeva, in quelle parole e quella musica. Così versi come “Vorrei passare dai 10 ai 30 per non subire questa tortura: il primo amore, la prima casa dover vestire quest’armatura. Il primo amico che ti tradisce o che magari tradisci tu, il primo treno che non ci sali e che magari non torna più” diventavano un ponte generazionale tra i miei 10 e i suoi 30 e Lorenzo 1994 diveniva un tunnel dimensionale tra due generazioni, permettendomi in qualche misura di capire un mondo a me incomprensibile. In TV Berlusconi e Bossi sostituivano Spadolini e Occhetto, fuori dalla TV passavo dalle elementari alle medie. Canzoni come Si va via parlavano di giovani schiantati in auto, lo stesso argomento di cui parlava Studio Aperto (sì, esisteva già Studio Aperto), ma trattavano il problema in maniera totalmente diversa. Sentire oggi Lorenzo cantare “la macchina di papà stasera che ho bevuto sembra vada la metà” è quasi retrò ma all’epoca era un argomento estremamente attuale.

Un altro aspetto del disco è quello intimista, raccontato in Piove, Serenata rap o Io ti cercherò. Al di là dei suoni profondamente nineties sono canzoni che mi sembra reggano ancora bene la prova del tempo e di fatto sono diventate dei nuovi classici della canzone italiana. Sono talmente dei classici che fatico a pensarle cantate da qualcuno di diverso, anche se ovviamente non è che la performance canora di Jovanotti sia stellare; trovo però che nei suoi dischi storici, diciamo fino all’Albero, la sua nota incapacità come cantante sia meno evidente rispetto alle prove più recenti. Forse era l’uso più ampio del rap classico, forse le melodie così esplicite lo portavano ad essere più preciso anche a livello canoro rispetto ai suoi recenti singoli privi di melodie riconoscibili. Chissà. Ad ogni modo un brano come Io ti cercherò mi strugge ancora adesso, dopo ventiquattro anni, e fatico a capire se a struggermi sia la canzone in sé – sdolcinatissima e malinconica – o il ricordo di me stesso che la ascoltava tanti anni fa. Boh. Adesso vado a capo perché mi è entrata una bruschetta nell’occhio.

Il terzo aspetto del disco, quello al quale sono più legato, è quello sociale, dato che Lorenzo 1994 ai miei occhi suona come un album pieno zeppo di profezie che poi si sono puntualmente avverate. La centralità della comunicazione espressa da Jovanotti in Parola, in Dobbiamoinventarciqualcosa, in Dammi Spazio, nel 1994 probabilmente veniva vista come una affermazione diretta alla sua generazione in un’ottica giovani-contro-il-resto-del-mondo. Oggi sappiamo invece che la sua era davvero una profezia e la comunicazione sarebbe diventata centrale non solo per i giovani di allora ma per tutti. Da lì a un paio d’anni Internet avrebbe iniziato a cambiare le abitudini degli italiani, il web avrebbe assunto un’importanza cruciale nel dibattito collettivo e i giovani dai 20 ai 30 di allora, ai quali il Jova parlava, sarebbero stati i primi investiti della grande responsabilità di capire che diavolo stesse succedendo. Altre canzoni, come Barabba o Il futuro del mondo, sono ancora più esplicite nel mettere in guardia l’ascoltatore di fronte al potere dei populismi: “dimmelo te come posso fare per farti capire che il nazionalismo è un po’ come il razzismo, serve per darsi un motivo io me ne frego di chiudermi in gabbia, io in questo mondo ci vivo”. Ricorda qualcosa?

In questa sequenza di brani a sfondo sociale che permea soprattutto la seconda parte dell’album troviamo il vertice del disco, a mio parere, cioè Mario. Uno di quei brani che riescono a riassumere una carriera, o almeno una fase di carriera. Contiene il rap, a suo modo classico e teneramente anni novanta, e su quel rap stende una storia che è al tempo stesso autobiografica e sociale. Una storia molto partigiana – letteralmente – molto più efficace del Jovanotti qualunquista “che parte da Che Guevara e arriva fino a Madre Teresa” spesso comprensibilmente criticato. Mario è una canzone che parla ai giovani del 1994 ma anche ai giovani del 2018. E pure ai giovani del 1994 che la riascoltano nel 2018. Se la carriera di Lorenzo fosse proseguita in questa direzione, magari unita al rock di Viene Sera, probabilmente oggi avremmo stadi meno pieni ma un vero cantautore in più.

E la musica? Musicalmente Lorenzo 1994 non è ancora il vertice dell’espressione musicale di Jovanotti, che arriverà con L’ombelico del mondo e il tripudio world dell’Albero, però ci si avvicina a grandi passi. La sezione ritmica Saturno+PierFoschi è una delle più granitiche e funk che ci siano mai stati in Italia e interi brani, come Voglio di + o Penso Positivo, sono basati sul loro gran tiro. Non è un caso che l’abbandono di Pier Foschi, insieme a quello di Michele Centonze, sia stato dal il vero spartiacque della musicalità di Jovanotti passando da un rap-funk più puro a una patchanka etnico-elettronica amata da molti ma non, onestamente, dal sottoscritto.

Ma perché ho parlato di #ristampeinutili? Lorenzo 1994 uscì all’epoca principalmente in CD, sicuramente registrato e mixato totalmente in digitale. Ci fu anche una versione limitata in doppio vinile, ora piuttosto rara, per la quale non è dato sapere se fosse stato prodotto un vero e proprio master dedicato. Appena ho visto la notizia della nuova ristampa di gennaio 2018 non ho resistito e l’ho comprata, principalmente per i motivi affettivi che ho elencato in abbondanza più sopra, però certamente non si tratta di una ristampa filologica dato che le ristampe filologiche in questo caso non possono esistere. La confezione è scarna, non è nemmeno apribile nonostante contenga due dischi, e purtroppo non sono presenti i testi che invece erano riportati nel libretto del CD. Sembra una riproposizione, in termini di contenuto grafico, della stampa in vinile originale del 1994. Il suono del disco è buono, i dischi sono piatti e silenziosissimi. Certo la dinamica non è ampia ma qui certamente il problema è nel materiale di partenza.

Mi sento di consigliarne l’acquisto? Se non siete maniaci del vinile no, compratevi il CD a 7€ in autogrill e vivete contenti. Se invece come me avete un rapporto particolare con i padelloni da 12” posso garantire che a livello sonoro la ristampa di Lorenzo 1994 non vi deluderà ma solo a patto di non avere aspettative audiofile.

In chiusura a questo lungo post che non leggerà nessuno fino in fondo posso infilare una confessione: la voce di Giovanni XXIII nel Discorso alla luna, infilata alla fine de “Il futuro del mondo”, all’epoca pensavo fosse la voce di Beppe Grillo. Per dire come cambiano i tempi.

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