Mark VIII

king-crimson-nokia-thurs3C’erano una volta i King Crimson. Non furono un vero e proprio gruppo, se non all’inizio: poi si trasformarono in una dittatura illuminata dal volere di Bob Fripp. Una dittatura la cui costituzione venne continuamente reinventata, modificata e rinnovata.

Partirono in sei, poi trasmutarono, si ricomposero in cinque diventando la più grande band di sempre, poi quattro e poi tre. Incisero la più bella canzone di tutti i tempi, poi si sciolsero per anni, per tornare in quattro, ma solo due erano quelli di prima. Rimasero insieme qualche anno per poi sciogliersi ancora. Si riformarono in sei, poi esplosero in brandelli da quattro, tre, due elementi. Tornarono in quattro, i due più vecchi li lasciarono a casa, e poi arricchirono la formazione per uno strano quintetto, e due anni dopo una formazione parallela apparve, formata da quattro elementi, di cui solo due però facevano parte anche del quintetto di prima. Oggi – a sorpresa – la notizia che queste ultime due formazioni si fonderanno, con qualche aggiustamento, per un’inedita formazione a sette: tre batterie in primo piano, basso chitarre e sassofono sul retrobottega.

Ci sarebbe da spaventarsi, se non fossero i King Crimson. Perché Crimso appare quando c’è della musica da suonare pronta per lui. Negli anni Fripp ha saputo immettere nella formazione un compagno di classe delle elementari, il batterista dei Mr. Mister, un percussionista vestito con pelli di leopardo, musicisti zappiani, gabri5.0.3elliani, leggende e jazzisti. Non importava da dove venissero, la musica da suonare era nuova e pericolosa, ed ognuno diede il suo contributo, sempre. Andare a vedere i King Crimson dal vivo ha sempre significato fare un salto nel buio, trovarsi davanti una band in rapidissimo movimento, quasi sempre inesorabilmente diretta ad alta velocità verso un muro troppo alto da evitare. Tante formazioni, tanti scioglimenti.

Se queste riflessioni sono vere è anche vero che negli ultimi anni la spinta rivoluzionaria si è parzialmente spenta. Prima The Power To Believe, che è un disco di chiusura, una specie di riassunto delle puntate dei cinque anni precedenti. Poi un tour del quarantennale, nel 2008, il primo tour di sempre senza pezzi nuovi, senza improvvisazioni, soltanto i vecchi grandi successi. Che poi non furono mai grandi successi, per forza di cose. Nel 2012 a sorpresa esce un disco pop a nome di Robert Fripp, Jakko Jakszyk, Mel Collins e Gavin Harrison: ottima fattura ma poche idee, e soprattutto un inedito conservatorismo musicale. Ecco perché trovare questi quattro nomi abbinati a Mastelotto, Levin e Rieflin nella nuova formazione a sette ha scosso non poco i duri e puri che hanno seguito il Re Cremisi negli anni, imperterriti di fronte ad ogni cambiamento di forma e direzione. La paura è quella di trovarsi davanti ad una band di ottimi musicisti ma incapace di creare quella tensione, musicale e personale, che è sempre stata la forza vitale della band. Soprattutto di fronte all’assenza di un gigante come Adrian Belew, membro per 33 anni ed ora grande assente. Qualsiasi cosa farà questa nuova formazione – se davvero riuscirà a fare qualcosa – sarà lui il vuoto a cui tutti guarderanno.

Non resta che aspettare. Fripp dice che i primi frutti della band non arriveranno prima di un anno, e visto il numero e la fama dei componenti non c’è da dubitarne. Anche nel 2008 si parlava di un nuovo album, e poi nulla avvenne; speriamo che questa volta accada qualcosa di nuovo, lo spirito di Crimso torni e che la musica nuova, che aspetta di essere suonata, venga affrontata senza remore né nostalgie.

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