“Mnemonica”

Quando ero bambino, più o meno 25 anni fa, in casa non avevamo il lettore CD.
Il nostro stereo era composto da un giradischi e una piastra a cassette e il repertorio domestico comprendeva una cinquantina di dischi (ma io ne ascoltavo sì e no dieci) e un centinaio di cassette.

Vidi i primi CD grazie a mio zio, che viveva con i miei nonni ed era dotato di un lettore di questi piccoli dischi luccicanti. Ricordo che quando d’estate ero a casa da scuola e andavo in bicicletta dai nonni per pranzare lui tornava a casa a mezzogiorno e – a volte – portava con sé un CD nuovo. Nel pomeriggio, quando tornava al lavoro, potevo chiudermi in camera e ascoltare la musica dal suo impianto.

Alla fine i CD che ascoltavo erano sempre quelli, ed erano 5:
– Lorenzo 1994 e Una tribù che balla, di Jovanotti. Ai quali poi si unì Lorenzo 90-95
– “Acustica” di Eugenio Finardi
– The division bell dei Pink Floyd, che ci era stato regalato da un amico e quindi di fatto fu il primo CD realmente “mio”.

Per un periodo passai quasi tutti i pomeriggi ad ascoltare quei 5 album a ciclo continuo. Li conoscevo a menadito, a volte addirittura ascoltavo in loop una sola canzone per un intero pomeriggio.

Jovanotti era per me un riferimento, un modo per capire quello che mi succedeva intorno. Avevo dieci anni e “i giovani” di cui lui parlava erano più grandi di me. Se “Hai compiuto diciott’anni, e che cos’è cambiato?” ora fa sorridere, per me all’epoca era uno sprazzo del mio stesso futuro. Canzoni come “Mario” e “Barabba” furono le prime canzoni politiche che mi entrarono nella testa, così come “Marco Polo” mi faceva sognare di viaggiare per terre sconosciute.

I Pink Floyd erano un mistero. Cantavano in inglese e non capivo una fava però quelle atmosfere sognanti e perfette mi cullavano – lo ammetto – in sonnellini pomeridiani di qualità insuperabile. A casa avevo altri due album dei PF, Atom Heart Mother in vinile e A collection of great dance songs in cassetta. Ai miei orecchi sembravano un gruppo totalmente diverso da quello di The Division Bell (e lo erano, come sappiamo) ma essendo bambino ero privo di ogni forma di contestualizzazione temporale, quindi non mi ponevo troppe domande. Per me tutti i dischi e tutti i CD erano miei contemporanei, parlavano direttamente a me.

Tra i cinque CD, quello che mi parlava più direttamente era “Acustica” di Finardi. Un disco in italiano come quelli di Jovanotti, però non così difficile da capire. Dato che a casa di “Acustica” avevamo anche la cassetta era l’unico dei cinque che potevo ascoltare sia dai nonni che a casa o in macchina, così nel giro di qualche mese lo imparai a memoria. In più nel libretto del CD c’erano tutti i testi e – guduria – delle note a pié di canzone che raccontavano qualche notizia in più. Con “Acustica” cominciai seriamente a leggere i crediti dei dischi, comprendere l’importanza dei collaboratori e musicisti, leggere i nomi degli autori tra parentesi sotto ai titoli.

Inevitabilmente mi affezionai tantissimo. Nei giorni più spensierati mi lasciavo cullare da quelle che per me erano delle favole, come “Laura degli specchi”, “Vil Coyote”, “Favola”, “La canzone dell’acqua”. Nei giorni più malinconici – ed ero un bambino spesso malinconico – “Come in uno specchio”, “Katia”, “Voglio” riuscivano a esprimere emozioni che da solo non sarei riuscito a mettere in fila.

Certo, non tutto il disco mi piaceva: “Le donne di Atene” ad esempio mi sembrava una canzone monotona e soprattutto sottilmente fastidiosa. Quel testo apparentemente dolce ma in realtà così duro, così ingiusto, mi sembrava un pessimo biglietto da visita da mettere in apertura del disco. Non riuscivo a capire se Finardi credesse o meno in quello che cantava. Le note della canzone, nelle quali la descrive come “una delle più sottili e raffinate condanne del machismo” non mi aiutava, non sapendo cosa fosse il machismo. Quindi, banalmente, la saltavo, tanto stava all’inizio del disco. A volte ricordo che programmavo il lettore CD per farmi ascoltare solo i 4-5 brani che preferivo, nell’ordine che volevo io. Ora “Le donne di Atene” è uno dei brani che amo di più del disco. Perché so chi è Chico Buarque e capisco la carica sarcastica di quei versi, e ora che mi sono fatto un po’ le ossa con la bossa nova non mi spaventa un brano di cinque minuti che – obiettivamente – non cambia mai di una virgola.

Un’altra canzone che non mi piaceva molto era “Il treno”. Anche qui la trovavo troppo lunga, troppo monotona, e soprattutto incomprensibile. Manco a dirlo, ora è un’altra delle mie preferite. Credo sia un esperimento riuscito di unione della sensibilità blues con la melodia italiana, in un testo contemporaneamente malinconico e deciso.

I pezzi in inglese, da Hendrix a Belafonte, mi servivano come intermezzi di cui godevo solo musicalmente, dato che chiaramente non capivo una cippa. Provavo a identificare i titoli, spesso prendendo delle notevoli cantonate. Anni dopo quei testi sarebbero stati tra i primi esperimenti di traduzione e ricordo ancora lo stupore nello scoprire come Four&Twenty fosse una canzone di una tristezza devastante.

Dato che di “Acustica” avevamo anche la cassetta da ascoltare in auto non si trattava soltanto di un disco di cui godevo in solitaria. Ricordo che mia sorella, che allora avrà avuto tre o quattro anni, amava tantissimo “Favola”. Papà alzava il volume in auto e ci cantava sopra, e Sara rideva. Altre volte fungeva da colpo di grazia per farla cadere addormentata sul seggiolino.

Qualche anno dopo, nel 1999, la cassetta di Acustica si infilò nuovamente nell’autoradio durante un viaggio in due, io e mio padre, verso il Cadore. Era un periodo molto duro, un anno denso di dolori e di tensioni che sarebbero culminate nei primi mesi del 2000 con la morte di mio nonno. Ricordo che durante il viaggio la cassetta avanzò verso la conclusione e – quando giunse il momento di “Mio Cucciolo d’uomo” – mio padre me la dedicò. Non ricordo le parole esatte però disse qualcosa riguardo al fatto che avrebbe voluto dirmi quelle stesse cose. Ricordo distintamente la sensazione ambivalente di essere imbarazzato e contemporaneamente lusingato. Finii per ascoltare la canzone con un orecchio solo, mentre i pensieri vagavano fuori dal finestrino. Quell’anno crebbi un po’ più di quanto avrei pensato, e anche più di quanto avrei voluto.

Dopo 17 anni mi ritrovo in una situazione in qualche modo simile a quella di quand’ero bimbo. Niente lettore CD in casa, solamente LP e musica liquida, che di fatto ha sostituito le cassette. La collezione di dischi ha “assorbito” quella dell’infanzia, diventando grande dieci volte tanto e mi rendo conto che in mezzo alle scoperte musicali, alle nuove uscite, ai classici da recuperare, mi trovo a ri-comprare i dischi che hanno segnato la mia storia passata. Sono gli acquisti che faccio con più attenzione e che medito più a lungo, perché non è detto che sia sempre una buona idea ripercorrere le strade già calpestate. Quando di recente ho scoperto l’esistenza di una versione in LP di “Acustica” però non ho resistito e mi sono messo a caccia. Purtroppo il disco non è mai stato ristampato per cui occorre ripiegare sulle stampe originali del 1993, che finiscono per costare un po’ troppo, per fortuna però c’è anche qualche venditore intelligente che sa dare alle cose il proprio giusto prezzo.

E com’è questo “Acustica” ascoltato con più prospettiva? Rimane una grande raccolta, secondo me. Un compendio perfetto a quella sfilza di successi ri-suonati che fu “La forza dell’Amore”, che con Acustica condivide solo “Dolce Italia”. L’atmosfera rarefatta dei brani aiuta a capire meglio il Finardi della seconda fase, quella post-Cramps, e gli arrangiamenti acustici trasformano le canzoni in classici fuori dal tempo. “Acustica” è il perfetto punto di partenza per la scoperta del repertorio di Finardi per un ascoltatore che arrivasse da una sensibilità più pop o comunque legata alla canzone italiana, oppure è il perfetto punto di arrivo per chi dovesse partire dal periodo più militante degli anni settanta.

E il vinile come suona? Suona come un vinile ben stampato che dura però tanto, ben 56 minuti. I lati sono lunghi e i solchi compressi, quindi il volume di registrazione è inferiore rispetto al solito e la distorsione a fine lato si fa sentire, soprattutto nei momenti più pomposi di “Mio cucciolo d’uomo”. La stampa comunque suona globalmente molto limpida e silenziosa e il disco è piuttosto pesante, a differenza di altri capolavori di quegli anni come ad esempio i due live acustici di Fossati che vennero praticamente stampati sulla carta velina.

Quindi è valso l’acquisto? Certo che sì. Riascoltando “La canzone dell’acqua” ho rivisto il me stesso di 25 anni fa, mezzo addormentato sul fresco copriletto dei nonni nella penombra dei pomeriggi estivi. Sulle note di “Katia” ho rivisto le immagini che vedevo allora, quando “i tipi che si chiamano Sansone di cognome” li vedevo intorno a me tutti i giorni. Sulle note finali di “Mio Cucciolo d’uomo” mi sono emozionato di nuovo, immaginando un paesaggio fuori dal finestrino. A volte fa bene ripercorrere vecchi sentieri ed è bello guardarsi indietro e vedere quanta strada è stata percorsa.

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