Nuovi significati

Alle elementari ebbi, per due o tre anni, un Maestro. Un po’ perché era l’unico insegnante maschio del plesso, un po’ perché era il John Keating della bassa veronese, tutti lo chiamavamo semplicemente “Il Maestro”.

Il Maestro era ai miei occhi un uomo di altri tempi, soprattutto rispetto ai miei genitori: sempre in giacca, irsuto, dotato di una competenza linguistica spaventosa. Poeta dialettale, conosceva il latino e il greco e non mancava di insegnarci l’etimologia dei termini di tutti i giorni. Riusciva per noi studenti – o almeno per me – a essere contemporaneamente un baluardo di difesa delle radici e un faro verso il futuro.

Ogni anno nella nostra scuola si teneva un’iniziativa chiamata La mostra del libro. Per qualche settimana gli studenti trattavano insieme ai propri insegnanti un tema specifico che veniva declinato nelle varie materie, poi il tutto culminava nella mostra vera e propria durante la quale venivano esposti i lavori degli studenti ed era possibile acquistare direttamente a scuola, in una specie di libreria indipendente improvvisata, libri per bambini. Per l’occasione veniva selezionata dal collegio dei docenti una selezione di libri sul tema trattato.

Un anno, forse ero in terza elementare, il tema della Mostra del libro e quindi delle settimane di preparazione fu L’epopea indiana. Parlammo della conquista del west e nello specifico di come l’espansione dei bianchi europei si tradusse nel genocidio dei nativi americani. Il tutto ci venne spiegato e raccontato in maniera molto chiara, ricordo ancora una serie di mappe fotocopiate di settimana in settimana nelle quali ci veniva chiesto di colorare l’area di nordamerica ancora abitata dai nativi. Le mappe erano in ordine cronologico, ogni settimana l’area da colorare era inferiore. Nell’ultima non c’era quasi più niente da colorare.

Per trattare il tema si analizzavano anche canzoni (quell’anno toccò a Fiume Sand Creek di De Andrè) e film. Il Maestro decise di mostrarci quindi due classici del cinema western molto diversi tra loro: Ombre Rosse e l’allora recentissimo Balla Coi Lupi.

Ricordo benissimo la mia classe seduta a terra nella ex-palestra, convertita in aula multifunzionale, davanti al televisore a tubo catodico con la videocassetta del film.

Ombre Rosse lo guardammo in edizione pressoché integrale, credo. Di Balla coi lupi una maestra tecnicamente più aggiornata confezionò con un abile uso della videocassetta originale una versione priva delle scene troppo violente e delle scene di sesso. Penso durasse un’ora abbondante in meno dell’originale.

La cosa interessante è che non si limitarono a mostrarci i due film ma facemmo una vera e propria visione critica delle pellicole. Il ruolo degli “indiani” è totalmente diverso in Ombre Rosse e in Balla coi lupi ed è proprio di questo che andammo a parlare. Nessuno mise in dubbio che si trattasse di due capolavori però ci venne fatto analizzare come i nativi americani fossero stati ritratti in maniera totalmente diversa nelle due pellicole. Stereotipati e finalizzati alla trama in Ombre Rosse, protagonisti a tutto tondo, umanizzati e storicamente accurati in Balla coi lupi.

Con la scusa di guardare due film (e che film) per parlare di un argomento (e che argomento) arrivammo quindi a trattare di una cosa importante cioè la modifica dei significati nel tempo. Il Maestro ci spiegò che non era intenzione di John Ford fare un film che ritraesse gli indiani in maniera stereotipata, semplicemente all’epoca era normale che fosse così. Voleva parlare di altro, i nativi americani erano un contorno alla storia e non meritavano troppa attenzione. Così come era normale che prima di noi non si fosse parlato dell’ “epopea indiana” nel modo in cui ne stavamo parlando noi, così com’era normale che prima di De Andrè non ci fossero state canzoni in Italia sul massacro del Sand Creek.

Non è una cosa da poco. Avevamo dieci anni ma scoprimmo di essere cittadini inseriti in un contesto storico, un contesto che prevede un prima e un dopo ma soprattutto che prevede una modifica dei significati delle cose intorno a noi.

In questi giorni si parla molto, giustamente, delle statue e dei monumenti che – negli Stati Uniti come in Italia – vengono messi in discussione. Si torna a parlare di Leopoldo II del Belgio, di Cristoforo Colombo o Indro Montanelli. Si parla di HBO che rimuove Via col vento dal proprio catalogo nell’attesa di sostituirlo con una edizione critica che preveda una adeguata introduzione ai temi razziali trattati nel film.

Non mi interessa inserirmi nel dibattito sulla correttezza o meno di rimuovere i monumenti, quello che è affascinante ai miei occhi è vedere il processo di ri-definizione del significato delle cose in tempo reale. La mia generazione sta invecchiando, le generazioni prima della mia ancora di più ma rimaniamo tutti con un piede nel novecento. Per noi Cristoforo Colombo è “l’eroe del nuovo mondo“, Via col vento è un classico da guardare con i genitori o con i nonni su Rete 4 nelle sere d’estate. Accettare che questo possa cambiare, che gli stessi personaggi storici o le stesse opere d’arte possano assumere nel tempo – e in un tempo così breve – un significato diverso per noi è destabilizzante. Ci vuole un bel carico di lucidità per rendersi conto che siamo immersi nella storia, le interpretazioni degli eventi e dei personaggi storici cambiano intorno a noi e non siamo immuni a quanto è già avvenuto nei tempi che ci hanno preceduto. Ci può stupire il fatto che un Maestro della pittura come Van Gogh sia morto in povertà, ci può stupire scoprire che George Washington avesse una dentiera fatta di denti di schiavi e nessuno all’epoca lo ritenesse un fatto disgustoso, eppure è così. Forse un domani non lontano Via col vento sarà come la Commedia di Dante, un testo che non parla più direttamente ma attraverso una analisi e una parafrasi. O forse no. Forse un giorno davvero Montanelli sarà “quel giornalista che nonostante fosse famosissimo non mise mai in discussione il proprio comportamento disumano durante la guerra in Africa” e non “una colonna del giornalismo italiano con qualche contraddizione”. O forse no.

Il punto è che non siamo più noi a deciderlo. Saranno gli abitanti di domani, sono gli abitanti di oggi. Non dico che il nostro ruolo sia stare a guardare, di certo però prima di aprire bocca dovremmo fare lo sforzo di osservare la Storia muoversi davanti a noi.

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