Perché mai ascoltare nuova musica?

I nostri cervelli ci premiamo se andiamo alla ricerca di ciò che già conosciamo quindi perché dovremmo andare a pescare qualcos’altro?

di Jeremy D. Larson
6 aprile 2020
screenshot dell'articolo originale

Ascoltare nuova musica è difficile. Non è difficile come andare nello spazio o in guerra, però lo è se lo paragoniamo all’ascolto di musica che conosciamo già. Immagino che la maggior parte degli americani, soprattutto quelli che sono ormai nel solco della vita dopo i 30 anni, semplicemente non ascoltino musica nuova perché è facile dimenticarsi il gesto della scoperta quando il lavoro, l’affitto, i bambini e quella che più in generale chiamiamo “vita” si mette in mezzo. Alla fine tutti chiniamo la testa e attraversiamo una soglia oltre la quale la maggior parte della musica diventa qualcosa da ricordare più che qualcosa di cui fare esperienza. E ora, a maggior ragione, siamo qui, strisciamo attraverso questo stagno fangoso di panico e timore, provando a sollevare un po’ di nuova musica contro la gravità della storia fin dentro alle nostre vite. Ci sentiamo come se stessimo sollevando un divano.

Ma poi perché mai ascoltare ancora nuova musica? La maggior parte di noi all’alba dei trent’anni ha già tutte le canzoni di cui avrà mai bisogno. Spotify, Apple Music e Youtube ci possono sbattere indietro fino alle porte della nostra giovinezza quando la vita era più semplice. Perché gettarci giù da una rupe sperando di essere ripescati durante la caduta dal nostro nuovo album preferito quando potremmo stare distesi con il naso all’insù sulla terra ferma della nostra playlist Le tue estati passate? Mi chiedo seriamente, non solo in momenti di forte stress ma in ogni momento: perché investire del tempo in qualcosa che potrebbe non piacerci?

È questa una domanda che si sarebbero potuti porre Coco Chanel, Marcel Duchamp e il resto del pubblico parigino alla première del 1913 della Sagra della Primavera di Igor Stravinsky, un balletto orchestrale ispirato da un sogno del compositore russo in cui una giovane donna danzava fino a procurarsi la morte. In una afosa notte di fine maggio, in un nuovissimo teatro lungo la Senna, coloro che scelsero di essere testimoni di qualcosa di nuovo si trovarono di fronte un’opera che avrebbe aperto la porta a un nuovo mondo nell’arte.

Stravinsky, che già aveva agitato Parigi con la feroce complessità dell’Uccello di fuoco tre anni prima, era la giovane novità della musica sinfonica a Parigi e La Sagra avrebbe dovuto essere qualcosa di mai sentito prima. Pescando dalle musiche folk slave e lituane della propria terra natìa e nei loro cervelli visceralmente atavici Stravinsky riempì il proprio spartito di tensione ritmica e armonica, stirando le frasi oltre i limiti e senza mai preoccuparsi di risolverle. Le armonie erano difficili da identificare e i suoi ritmi impossibili da seguire. Leonard Bernstein successivamente definì La Sagra come “le migliori dissonanze che qualcuno abbia mai immaginato, le migliori asimmetrie e politonalità e poliritmi e qualsiasi altra cosa tu possa avere intenzione di nominare.”

Dopo mesi di ricerca spasmodica le luci finalmente si spensero quella sera al Théâtre des Champs-Élysées. La Sagra iniziava con un fagotto solitario che si sforzava di strizzare fuori una manciata di note così alte nel proprio registro da suonare misteriosamente simili a un corno inglese spezzato. Questo suono alieno fu, a quanto pare non intenzionalmente, così strano che delle risate si udirono tra la borghesia dei palchetti del mezzanino e si fecero strada attraverso la folla sottostante. L’apertura dissonante fece strada all’assalto marziale del secondo movimento, Il presagio della primavera con i ballerini, coreografati dal leggendario Vaslav Nijinsky dei Balletti Russi, legati sul palco, che si muovevano in modo impressionante in angolature seghettate. Come riportato dal quotidiano Le Figaro, e da numerosi libri e racconti da allora in avanti, le risate si tramutarono in fischi, poi in urla, e presto il pubblico fu preso da una tale frenesia che le grida sovrastarono il suono dell’orchestra.

Molti dei presenti non avevano potuto capire questa nuova musica; i loro cervelli – in modo figurato ma in un certo senso anche letterale – si erano rotti. Ne seguì una rissa, furono lanciate verdure, 40 persone furono cacciate dal teatro. Fu un fiasco pari solo all’attacco a tutta velocità di Stravinsky alla storia della musica classica com’era stata concepita e, quindi, a ogni animo sensibile nella sala. “Un ascoltatore avrebbe davvero potuto non percepire, per tutta la durata della performance, il suono della musica”, ricorda Gertrude Stein nel proprio resoconto. Il famoso compositore italiano Giacomo Puccini descrisse l’esibizione alla stampa come “pura cacofonia”. Il critico del quotidiano Le Figaro notò come si trattasse di un pezzo di “laboriosa e puerile barbarie”.

La Sagra della primavera è ora riconosciuta come una delle più largamente influenti composizioni dell’inizio del ventesimo secolo, una scossa tettonica in forma ed estetica che fu, come scrisse il critico Alex Ross nel proprio libro “Il resto è rumore”, “subdolo ma anche sofisticato, furbamente selvaggio, con stile e forza intrecciati”. Tra i rovi della Sagra ci sono i semi di un’intera stirpe del modernismo: jazz, musica sperimentale ed elettronica sgorgano dritti dalla Sagra. Forse gli spettatori parigini non si aspettavano un’impresa così inconsueta e nuova quella notte, forse volevano semplicemente ascoltare musica che fossero in grado di riconoscere, che si rifacesse ai modi e ai ritmi che erano arrivati a comprendere. La vita scorreva su un binario e improvvisamente erano stati spinti in mezzo all’ignoto. A differenza di un affidabile balletto di Debussy molti quella sera lasciarono il teatro malmessi, agitati, con un po’ di foglie di cavolo marcio appiccicate al vestito. E per cosa, solo per sentire un po’ di musica nuova?

Uno dei miei momenti di critica d’arte preferiti è un articolo del 2016 da The Onion intitolato “La nazione afferma la propria dedizione alle cose che riconosce“. Dalla musica alle celebrità alle marche di vestiti all’idea comunemente accettata di bellezza, il riferimento scherzoso nel titolo si spiega da sé: le persone amano le cose che conoscono già. È un’affermazione fin troppo ovvia da analizzare, un circolo di rinforzi positivi stantìo come l’aria delle nostre stanze in auto-isolamento: amiamo le cose che conosciamo perché le conosciamo e quindi le amiamo. Ma c’è una spiegazione psicologica per la nostra nostalgia e il nostro desiderio di cercare conforto in ciò che ci è familiare. Ci può aiutare a capire perché ascoltare nuova musica sia così difficile e perché ci può rendere così poco a nostro agio, arrabbiati o perfino selvaggi.

Ha a che fare con la plasticità del nostro cervello. Il nostro cervello si modifica mano a mano che riconosce nuovi schemi nel mondo, il che in fondo è ciò che rende il cervello utile. Quando si tratta di ascoltare musica una serie di nervi nella corteccia auditiva denominati rete corticofugale aiutano a catalogare i diversi schemi musicali. Quando un suono specifico rispecchia uno di tali schemi il nostro cervello secerne una dose corrispondente di dopamina, la fonte chimica principale di alcune delle nostre emozioni più intense. Questa è la ragione principale per cui la musica scatena delle reazioni emotive così potenti, e perché, come forma d’arte, è così indistricabilmente legata alle nostre risposte emotive.

Prendete il ritornello di Someone like you di Adele, una canzone che ha una delle progressioni di accordi più riconoscibili della musica popolare: I, V, VI, IV. La maggior parte dei nostri cervelli ha memorizzato quella progressione e sa esattamente cosa aspettarsi quando se la trova davanti. Quando la rete corticofugale registra quella che appare in Someone like you il nostro cervello rilascia proprio la dose giusta di dopamina. Come una puntina che segue il solco di un disco, il nostro cervello segue questi schemi. Più “dischi” abbiamo, più schemi siamo in grado di utilizzare per far partire quella perfetta scossa di dopamina.

Nel suo libro Proust era un neuroscienziato lo scrittore e un tempo neuroscenziato Jonah Lehrer scrive di come la gioia essenziale della musica stia nel modo in cui le canzoni sottilmente giocano con i tracciati del nostro cervello, sprigionando dopamina sempre di più ma senza esagerare. “Someone like you” è come “I’m going down” di Bruce Springsteen che è come “I want you to want me” dei Cheap Trick che è come “Fight Song” di Rachel Platten e così via, questo è l’intero piano marketing neuroscientifico che c’è dietro alla musica pop. Ma quando sentiamo qualcosa che non è ancora stato mappato nel nostro cervello la rete corticofugale va un po’ fuori controllo e il nostro cervello in risposta rilascia troppa dopamina. Quando non c’è né aggancio né schema da mappare la musica viene registrata come spiacevole o, in parole povere, brutta. “Se i neuroni della dopamina non sanno correlarsi con gli eventi esterni”, scrive Lehrer, “il cervello è incapace di fare una associazione valida”. Andiamo un po’ fuori di testa. Non c’è da stupirsi che il pubblico della première della Sagra della primavera di Stravinsky abbia pensato che quella musica faceva schifo: era qualcosa senza precedenti.

Come nella premessa dell’articolo di The Onion, la nostra corteccia auditiva è anch’essa un ciclo di rinforzo positivo. Il modo in cui il sistema corticofugale impara nuovi schemi limita la nostra esperienza rendendo tutto ciò che conosciamo già decisamente più piacevole di tutto ciò che non conosciamo. Non è solo quello strano fascino della canzone che la mamma ci faceva ascoltare quando eravamo bambini, o voler tornare all’epoca dei diciott’anni quando guidavamo per le strade di campagna con la radio accesa. È che il nostro cervello davvero combatte contro la scarsa familiarità della vita. “Siamo costruiti per rifuggere l’incertezza del nuovo”, scrive Lehrer.

Se tutta la neurologia è per lo più dalla parte dell’ascolto delle hit del momento e dei grandi classici questo può spiegarci perché, per la maggior parte degli ascoltatori americani, la musica è solo una piccola parte delle proprie vite. La maggior parte delle persone fa esperienza della musica come di un comfort passivo, come i calzini o i reality in TV. In questo momento storico di colossale paura e timore gli ascoltatori sono alla ricerca disperata di comfort. Abbiamo chiesto a 32 artisti [cosa stessero ascoltando in questi giorni, ndt] e praticamente tutti stavano ascoltando musica vecchia, rassicurante, familiare; la stessa cosa è accaduta quando abbiamo chiesto a noi stessi cosa stessimo ascoltando in isolamento. (sì, sono consapevole che anche la vecchia musica possa essere nuova se la si ascolta per la prima volta, ma avete capito cosa intendo)

L’atto di ascoltare nuova musica nel mezzo di una pandemia globale è duro, ma è necessario. Il mondo continuerà a girare e la cultura si muoverà con esso, anche se ce ne stiamo fermi e statici nelle nostre case, anche se l’economia si rallenterà fino a fermarsi, anche se non ci saranno concerti o spettacoli, nessun release party, e pure se gli artisti affonderanno ulteriormente nella precarietà che definisce la loro carriera di musicisti. La scelta di ascoltare nuova musica mette in più alta priorità, anche se solo per un ascolto, l’artista e non te stesso. È un rischio emozionale vivere per un momento nell’abisso del mondo di qualcun altro ma questo scambio invisibile rafforza l’avanguardia dell’arte, anche in tempi di inerzia storica.

A quanto pare siamo anche nell’era più suggestionabile da generazioni a questa parte dato che ogni giorno arriva una nuova, finora sconosciuta statistica. In questo mondo a noi così poco familiare i nostri cervelli non sono mai stati così plastici – una tabula rasa spugnosa sulla quale è possibile impiantare un nuovo senso temporale. La mia altra argomentazione a favore dell’esplorazione costante è che mi farà ricordare sempre, ne sono certo, di questi giorni della pandemia, così come ricordo la prima volta che sono stato lasciato o il mio primo amore e le canzoni che li hanno caratterizzati. Non lasciamo che la storia sia definita ricorsivamente attraverso un ciclo di retroazione. Sbandiamo, versiamo la paura e lasciamo che si infili dal tetto in qualcosa di poco familiare, perché potrebbe essere il nuovo artefatto che definisce in maniera esclusiva questo momento per te – un amico che ti ama ciecamente per ciò che sei diventato.

Per coloro tra voi che stanno ricominciando a scoprire nuova musica, sappiate che non siete soli. La cifra incredibile di 4.3 miliardi di dollari che Bandcamp ha pagato ai propri musicisti in un singolo giorno sperabimente andrà a presagire qualcosa di buono per la salute della nuova musica e immancabilmente ogni venerdì arriverà un nuovo pacco regalo con un mucchio di album nuovi da aprire. L’epilogo della famosa rivolta alla première della Sagra della Primavera di Parigi non viene raccontato spesso ma è cruciale per comprendere l’intero ciclo di vita dell’opera. Dopo la baraonda di quella notte il balletto continuò ad essere rappresentato in quel teatro per molti mesi. Alex Ross scrive: “Le successive serate furono affollate e durante ciascuna di esse l’opposizione [al brano] scemava. Alla seconda ci fu rumore solo durante la parte finale del balletto; alla terza, “applausi vigorosi” e un po’ di proteste. A una replica della Sagra un anno più tardi ci furono “esaltazione senza precedenti” e “una febbre di adorazione” diffusi tra la folla e gli ammiratori accerchiarono Stravinsky nella strada di fronte in una rivolta di adorazione”.

Ciò che non è mai stato sentito prima potrebbe definire la storia – tanto vale sedersi e godersi lo spettacolo.

L’originale di questo articolo si trova su https://pitchfork.com/features/article/listen-to-music

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