Confessioni di un mente paurosa

Ho paura di volare.

Ormai avrò preso una trentina di aerei, ho letto libri, sperimentato medicinali, alcolici e training autogeno. Ci ho pensato e ripensato e credo di conoscere bene la mia paura, ciononostante me la tengo appresso: volare mi fa paura.

Perché? La causa di base è semplice: sto vivendo una vita felice, ricca di amore e di passioni, e non ho alcuna voglia di morire. Salire su un mezzo che può portarmi – in certi casi – a una discesa inesorabile verso la morte è qualcosa che non mi fa alcuna voglia.

So bene che guidare la macchina è molto più pericoloso, perfino il treno è più pericoloso. In treno però possono esserci solo due tipi di incidente: un deragliamento e uno scontro; in entrambi i casi hai giusto il tempo di renderti conto che sta succedendo qualcosa, dopodiché se sei vivo ti tocca pensare a come uscirne e se sei morto sei morto. L’aereo invece si libra nell’aria, lassù, in alto: a meno che non ti sparino dietro (e in Italia sappiamo che è successo anche questo) con ogni probabilità se dovesse andare storto qualcosa avrai tutto il tempo di rendertene conto, di pensare, di sentire. Nessuno ha paura di schiantarsi: a 700Km/h non te ne rendi nemmeno conto. Tutti abbiamo paura di cadere.

Molti con superficialità pensano che la paura di volare derivi dalla sindrome del passeggero, quella per cui molti (anch’io) fanno fatica a dormire se non sono al volante oppure si sentono a disagio in treno, perché non hanno il controllo del mezzo su cui stanno. Questa è parte del problema, ma una parte minore. La parte preponderante, almeno per quanto mi riguarda, è il terrore ancestrale della caduta.

Nel caso dell’Airbus della Germanwings il dramma si spinge oltre: non è nemmeno stata una caduta ma una discesa, una discesa controllata e lieve verso la fine. Se ne saranno accorti? Immagino di sì. Su ogni aereo c’è almeno uno come me, uno che sta ad ascoltare e capta i segnali. Se è vero che il comandante ha preso a colpi di estintore la porta della cabina allora fidatevi, a bordo tutti ormai avranno capito cosa stava accadendo. E cosa avranno fatto? Cosa si saranno detti? Come si saranno guardati negli occhi?

Questa è l’immagine che non riesco a levarmi dalla mente in questi giorni.

Intorno a me, chi da sempre si prende il compito di tenermi le mani sudate durante i decolli e gli atterraggi prova a consolarmi: di fatto è un errore umano, una follia, qualcosa di raro e non implicabile a un difetto del mezzo o al volere del fato. Ma sapere che si è trattato di un gesto volontario, dettato da un uomo come me, anzi più giovane di me, non toglie nulla al dramma: lo sposta. Sposta l’attenzione al dramma umano, perché non è dell’aviazione civile di cui devo aver paura, non è dei tecnici della manutenzione che possono mettere lo scotch sui sensori, non è del maltempo improvviso: devo avere paura del mio fratello.

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