Sinestetica

Quand’ero piccolo associavo quasi sempre le canzoni che sentivo a dei colori. Ogni canzone aveva un colore specifico ed ogni volta che la risentivo mi tornava in mente, sempre quello. Funzionava meglio con i pezzi strumentali oppure in inglese ovviamente, perché lì non c’era il significato del testo a distrarmi, era solo il potere evocativo della musica e dei suoni delle parole.

Col tempo imparai che alcune canzoni non avevano un colore: si trattava di solito di pezzi particolarmente elaborati e ricchi di atmosfere diverse, tanto da rendere impossibile l’associazione ad un’unica tonalità. Canzoni caleidoscopiche, che ovviamente mi affascinavano tantissimo.

Quando intorno agli undici anni cominciai a suonare la batteria lo feci, come molti, nel salotto di casa disponendo pentole e barattoli. Suonavo con i mestoli di legno girati al contrario ed usavo dei coperchi come piatti, sedendo a gambe incrociate al centro di questo piccolo set. Ovviamente i primi pezzi che provai a suonare includevano molti di questi brani multicolore, proprio perché erano alla fine i più affascinanti e – spesso – anche i più arditi tecnicamente. Proprio per questo è improprio dire che li suonassi, diciamo che provavo a battere il tempo sulle pentole. Spesso però capitava che, muovendomi, realizzassi di aver riprodotto qualcuna delle figure ritmiche del pezzo, e fu così che cominciai ad imparare come non sempre la batteria seguisse il percorso che ci si aspetta ascoltando il brano senza attenzione. Altro fascino, ormai ero perso in quel mondo meraviglioso.

La canzone che suonavo più spesso, e che ancora oggi è per me un riferimento quando penso a cosa significa comporre un pezzo multicolore, si intitolava Can-utility and the coastliners.

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