The golden walnut

Immaginate di essere cresciuti ascoltando Fossati e i Pink Floyd, Hendrix e Battisti, gli area e i Cccp.
Ecco, accendendo la radio oggi potreste pensare che la musica ora fa schifo.
Allo stesso modo se foste cresciuti guardando Quarto Potere e Metropolis, Blade Runner e Manhattan, Il colore viola e Blues Brothers, potreste pensare accendendo la tv che i film di oggi facciano schifo.

Ovviamente non è così. Di musica buona ce n’è tanta anche oggi, e anche tanto grande cinema. Così come c’era tanto cinema orrido e tanta musica orribile anche trent’anni o cinquanta anni fa. Semplicemente quella musica non è stata tramandata, quei film non li ritrasmettono più, e chi li ha visti li ha dimenticati. Com’è giusto che accada con l’arte venuta male, con i tentativi falliti. Bisogna ricordarsi però che tali tentativi sono esistiti, altrimenti si corre il rischio di pensare che una volta fosse tutto facile, oppure nascessero solo artisti veri, o ancora che tutto ciò che c’era da dire sia stato detto. Non è così.

Ecco, Venezia è vittima di questo paradosso. Una città bellissima e antica, piena di capolavori dell’arte del passato e di storie uniche, ed oggi anche una delle capitali mondiali dell’arte contemporanea. Un dualismo importante, che fonda le proprie radici nella storia di apertura al mondo di Venezia e nella vita di personaggi come Peggy Guggenheim.
Ogni anno Venezia viene riempita di opere d’arte contemporanea, a volte opere valide e altre volte, forse più spesso, delle ciofeche. E ogni anno molte persone si lamentano perché Venezia non ha bisogno di opere brutte. Perché i veneziani, si sottintende, non ne hanno bisogno né voglia. Quello che si dimentica, o non si sa, è che l’arte contemporanea contiene sia i capolavori del futuro che le cose che verranno dimenticate e siamo noi che abbiamo il privilegio, l’onore e la responsabilità di vivere questa arte e aiutare a dividere ciò che vale la pena tramandare da ciò che invece no. È un lavoro a volte entusiasmante e a volte avvilente, però l’alternativa non c’è. Non si può vivere nel passato, non si può pensare che un Tiepolo parli del nostro mondo odierno. Può parlarci del suo mondo, arricchirci in ogni caso, però non interpreta direttamente la nostra realtà.

Il problema di fondo è che ormai molte persone, soprattutto quelle non più giovani e distanti dell’arte (e dalla musica, e dal cinema) contemporanei, non vedono per niente questo senso nell’arte. Venezia, che è una città che invecchia e si spopola allo stesso tempo, diventa rifugio di una paura di rovinare quello che c’è che vorrebbe impedire ciò che è nuovo, perché non ritiene giusto scendere a patti con il brutto pur di tentare di trovare il bello. Come accadde con il bambino con la rana in punta della dogana, come accade tutti i giorni con praticamente qualunque opera della biennale venga esposta.

Non so se l’opera della foto sia bella, dovrei vederla dal vivo per capire se mi lascia qualcosa o meno. Di certo non sarà una colonna dorata che resta lì sei mesi a rovinare la bellezza di Venezia. Sarà invece un tentativo di dire qualcosa in uno spazio fortemente caratterizzato, un tentativo che potrà riuscire o fallire, chi lo sa. Ma mette paura vedere che il tentativo stesso non viene visto, non viene capito. Perché quando la maggioranza si guarda indietro, godendo del passato senza fiducia nel presente e senza speranza nel futuro, è lì che una città muore. È lì che una cultura muore.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.