The Koln Concert

Che cos’è il jazz?

“Se non sai cos’è, allora è jazz”, risponde Baricco in Novecento. Ma è una risposta che poteva andare bene nei primi anni del secolo, più o meno nel periodo in cui è ambientato il libro. Peraltro già nel libro ci si pone il problema: la musica che suona novecento è jazz o non è jazz? E se non è jazz, che roba è?

Keith Jarrett - Koln ConcertNovecento suonava musica mai sentita perché era un puro, un incontaminato: l’isolamento l’aveva protetto dalle influenze artistiche del mondo, oltre che da quelle umane. Jarrett invece no: nato come pianista classico e jazz era poi approdati nel 1970 alla corte di Miles Davis. Miles, che era nel suo periodo più influenzato da Hendrix, chiese a tutta la band di virare sugli strumenti elettrici e incise il capolavoro Bitches Brew con i due più grandi pianisti jazz di allora (Jarrett e Chick Corea) entrambi al piano elettrico e tastiere. Mentre però a Corea il piano elettrico piaceva eccome Jarrett si sentiva invece soffocato da quelle sonorità e decise di tentare un approccio alternativo all’improvvisazione jazz con una serie di tour solisti di completa improvvisazione.
Ecco quindi la differenza principale tra Novecento e Jarrett: quest’ultimo non è puro, anzi quando si presenta alla Opera House di Colonia nel 1975 è ancora un uomo in disintossicazione. La sua proposta è radicale: improvvisazione completa, senza un tema definito a priori o una qualche idea di scaletta, un go-with-the-flow completo ma che raramente sconfina nel free-jazz.

Il concerto di Colonia venne organizzato da una diciassettenne tedesca, tale Vera Brandes. A causa della sua giovane età, dell’inesperienza e della bassa considerazione che aveva l’Opera House nei confronti del jazz, a Jarrett venne riservato uno slot in tarda serata, dalle 23.30 in poi. Non solo, ma il pianoforte che aveva richiesto, un Bosendorfer 290 imperial, non venne fornito e al suo posto procurarono un piano più piccolo, da studio, stonato e scassato. Ci vollero ore per accordarlo e, anche accordato, suonava sottile nelle note più alte e debole in quelle più basse. In più i pedali funzionavano poco e male.
Jarrett non era ancora così famoso da cacare il cazzo come fa recentemente ma comunque era già un maniaco: arrivato da Zurigo in macchina, con il mal di schiena e un certo fastidio di stomaco, quando vide il piano si rifiutò di suonare. Fu la giovane Vera a convincerlo a suonare lo stesso.

Conscio delle limitazioni del pianoforte Jarrett non poté affrontare la performance come al solito, in totale libertà: limitò invece l’uso dei pedali, evitò di usare le note più alte della tastiera e si produsse in una serie di ritmi ostinati con la mano sinistra, in modo da enfatizzare i bassi nonostante suonassero poco. Si concentrò, in pratica, sulla parte centrale della tastiera.
Furono proprio queste limitazioni forse a dargli un framework nel quale scatenare la propria fantasia compositiva, tant’è che il concerto venne accolto con grandissimo fervore dal pubblico in sala. La performance venne registrata e pubblicata dalla ECM, diventando in breve tempo uno dei dischi jazz più venduti di tutti i tempi. Penso sia addirittura il secondo disco jazz più venduto di sempre dopo Kind of blue di Miles.

Koln Concert - BackMa è davvero un disco jazz? Difficile da dirsi. Non c’è niente che rimandi esplicitamente al jazz: c’è più gospel e blues, se vogliamo, ci sono degli intermezzi che sarebbero quasi pop se non fossero totalmente improvvisati e altri ancora che rimandano alla classica. La rivoluzione di Jarrett è questa, l’essere salito su una lunga serie di palchi e aver inventato un nuovo linguaggio per l’improvvisazione jazz partendo dall’armonia. Perché The Koln Concert è stato un successo anche a causa del linguaggio comprensibile, diretto ed emotivo che esprime; sta nelle collezioni dei metallari come dei jazzofili, in quelle degli appassionati di classica e di folk. Jarrett, manco a dirlo, non fu mai soddisfatto dell’esecuzione; ritiene, legittimamente, che i propri lavori migliori siano altri (il concerto di Vienna nel 1991 su tutti) ma è indubbio che questo concerto, questa singola esibizione, è un caso unico nella storia di show completamente improvvisato eppure accessibile, profondo, studiato da musicisti e ascoltatori.

A causa delle limitazioni di tempistica delle facciate quando venne stampato il vinile la seconda improvvisazione dello show, lunga 33 minuti, fu divisa in due parti. Di conseguenza il disco è doppio ma con lati di lunghezza molto variabile: l’intera prima improvvisazione sulla prima facciata, la seconda parte del concerto sulla seconda e la terza, il corto ma intenso bis nella quarta. Nelle edizioni in vinile questo si paga con una minore qualità dell’ascolto nella prima facciata, paradossalmente la più famosa.

Ma alla fine probabilmente non cambia tanto e chissà se le persone quella sera alla Opera House a Colonia avranno sentito decentemente o meno, con più o meno bassi, con gli alti in distorsione. L’emozione traspare ed è una specie di filo diretto tra l’anima dell’esecutore e quella dell’ascoltatore. Anche per questo è un disco unico e irripetibile, così come è irripetibile il momento in cui per la prima volta ci si siede ad ascoltarlo.

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