This thing that we do

Era lecito aspettarsi qualcosa di diverso da Louder than words? La risposta è probabilmente no: la registrazione base è del 1993 e lo stile non poteva che essere quello di The Division Bell, al netto di qualche sovraincisione più moderna e quindi più fresca nei suoni. Il risultato dell’esperimento di esumazione è un pezzo che sembra tirato fuori da un disco solista di Gilmour, cioè la classica ballatona su un tappeto di pianoforte elettrico e tastiere con svisate di chitarra e melodia languida: a livello di suoni, dalla batteria alla voce, siamo totalmente in territorio “On an island”. La melodia è scorrevole ma banale, l’unico punto di interesse è quel passaggio (da maggiore a minore? Qui interrogo i musici del gruppo) tra – per capirsi – “diss each other on sight” e “but this thing we do”. Alla seconda strofa però il trucco è già noto e non sorprende più, trascinando la canzone lungo 6 minuti senza infamia e senza lode, così anonima che se fosse uscita su On an island non ce ne saremmo neanche accorti e avremmo continuato a preferirle “The Blue” o “Smile”.

Arriva il ritornello e sembra che il brano possa prendere quota, ma c’è qualcosa che non va: il cantato è in tonalità bassa, gli accenti puntano sulle vocali che non ti aspetteresti trasformando i vocalizzi di Gilmour in una specie ululato grottesco: “it’s làààuder than wòòòòòrds, this thing that we dòòòòò, làààuder than wòòòòòrds, the way it unfùùùùùùrls”. Incanticchiabile e totalmente avulso rispetto al mood musicale precedente: il tutto è poi condito da un coro (già eccessivo nelle strofe) che suona assolutamente fuori luogo e strascicato.

Seconda strofa, secondo ritornello ed ecco arrivare l’assolo telefonato; ed è telefonato davvero, perché si tratta probabilmente dell’assolo meno ispirato di tutta la carriera floydiana di Gilmour. L’uomo che ha saputo produrre assoli melodici e roboanti allo stesso tempo sembra non avere più idee: un tempo non lontano riusciva a scrivere parti soliste di chitarra che fossero, allo stesso tempo, abbastanza leggere da restare appiccicate in testa e abbastanza dense da aumentare il peso specifico del brano; qui non è così e l’assolo, che dura poco più di un minuto, sembra soltanto un ennesimo anonimo strascico di un pezzo mai decollato, che ha il compito ingrato di trasportare la canzone (e il disco, e una carriera) verso la fine. Peccato, perché l’assolo-che-chiude-tutto è un argomento sul quale c’è vasta letteratura (ad esempio gli Yes) e duole ammettere come in questo senso sia High Hopes che Sorrow fossero esempi di gran lunga superiori.

P.S. A me le campane all’inizio, quelle di Fat Old Sun e High Hopes, piacciono. Sono belli i rimandi interni quando non sono usati in sostituzione di altre idee, ma come integrazione, ed è questo il caso

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