Topographic

In questi giorni di tarda primavera, in cui il sole si fa serio e comincia a scaldare le strade e le case, mi viene l’istinto di ascoltare due dischi. E il primo è lui, il mattone per eccellenza, Tales from topographic oceans.

Ricordo quando lo ordinai, pagandolo un putiferio (di soldi dei miei genitori) su Sweetmusic perché nel negozio in paese non si trovava. Arrivò dopo un mese, c’era un caldo osceno ed ero già in vacanza da scuola. Quindi non era tarda primavera ma più probabilmente luglio, ma non è importante.

Mi chiusi in camera e misi il CD nello stereo che avevo lì, perché volevo ascoltarlo con attenzione questo doppio album di cui avevo sentito tanto parlare. Ricordo le finestre chiuse per non far entrare il sole e il caldo soffocante, ricordo di averlo ascoltato diverse volte una dietro l’altra per capirci qualcosa, capire se fosse quel mezzo passo falso di cui tutti parlavano nei libri sul prog e nei pochi siti specializzati.

Lo era, ovviamente. Un passo falso ma forse anche due, un disco di autoindulgenza estrema che dovrebbe probabilmente durare metà di quel che dura. Però grazie a quella giornata estiva afosa, durante la quale i minuti sembravano trascinarsi ponderosi come le rullate di White e le ore si ripetevano simili come le strofe di The Remembering, mi affezionai. E ancora oggi, quando inizia il caldo, non resisto alla tentazione di immergermi nei caldi oceani topografici.

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