Vicini di casa

Mia nonna, a 70 anni e con un principio di Altzheimer, riusciva a riconoscere i Pink Floyd. Li riconosceva dalla chitarra, quel suono languido e sognante della Strat di Gilmour dal ’70 in poi. Certo, non avrebbe mai riconosciuto “Run like hell”, e neanche “Set the controls”, ma poco importa. Non sapeva neanche chi fossero i PF, ma li sapeva riconoscere.

I musicisti riconoscibili a primo orecchio sono parecchi, ma non così tanti come si potrebbe pensare. Soprattutto in questi ultimi anni, da quando l’evoluzione tecnica degli strumenti si è un po’ fermata, i suoni dei vari strumentisti tendono ad assomigliarsi o, se preferite, a contaminarsi fino a non essere più “distintivi”. Penso invece a Mark Knopfler, a Jimi Hendrix, ma anche a Coltrane e Keith Jarrett, o a Chris Botti. Musicisti riconoscibili più nel modo di suonare che nel sound del loro strumento.

Manu Katche fa parte di questa ristretta cerchia di musicisti, quelli che si riconoscono da come suonano. Che stia accompagnando Sting, shaking two trees con Peter Gabriel o seguendo le orme mediorientali con  Jan Garbarek e Usted Ali Khan, il tocco di Katche è percepibile, è palpabile, è un’impronta digitale che lascia su tutto ciò che tocca. Impresa difficile per un batterista, soprattutto per uno che ama lavorare in campi molto diversi tra loro.

Manu Katche - Neighbourhood

Manu Katche – Neighbourhood

Come spesso capita ai ricercati session-men la discografia solista di Katche non è vasta, ma ricca di collaborazioni. In Neighborhood, primo capitolo della sua carriera solista datato 2005, ci sono molti nomi noti che – sintomaticamente – condividono la copertina col leader. In effetti nel disco sono i fiati di Garbarek e Stanko, insieme al pianoforte di Wasilewski, a comandare, ma è senza dubbio il tocco di Manu Katche il filo conduttore, la base che da sostegno e visibilità a quelli che, dopo un ascolto attento, risultano essere davvero ospiti. Ospiti perché sembra che Manu li abbia invitati in casa propria, offrendo loro di accompagnarlo in ciò che sa fare meglio. E’ un disco rarefatto, che sa di rispetto e complicità. Una rimpatriata tra amici che anziché sfogare nell’eccesso e nel rimpianto preferisce gustare il piacere di stare insieme, come quei discorsi tra amici veri che si iniziano e non c’è nemmeno bisogno di finire, perché tutti quanti sanno quello che si voleva dire.

Melodicamente perfetto, emotivamente appagante. Se Manu Katche voleva sottolineare una volta per tutte qual è il suo stile non poteva scegliere un modo migliore.

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