Welcome to the machine

Sentite questa: l’altra sera stavo sfogliando con un amico questo libro, trovato su una bancarella, e ho letto questo stralcio di intervista a Roger Waters:

pinkfloyd_wishyouwerehere_immersion-e1320789255127“Recently I was reading an article, or an interview, by one of the guys who’s in Genesis, now that Peter Gabriel’s left, and he mentioned PF in it. There was a whole bunch of stuff about how if you’re listening to a Genesis album you really have to sit down and LISTEN, its not just wallpaper, not just high class musak like PF or ‘Tubular Bells’, and I thought, Yeah, I remember all that years ago when nobody was buying what we were doing. We were all heavily into the notion that it was good music, good with a capital G, and of course people weren’t buying it because people don’t buy good music. I may be quite wrong but my theory is that if Genesis ever start selling large quantities of albums now that Peter Gabriel, their Syd Barrett if you like, has left, the young man who gave this interview will realise he’s reached some kind of end in terms of whatever he was striving for and all that stuff about good music is a load of fucking bollocks. That’s my feeling anyway. And Wish You Were Here came about by us going on in spite of the fact we’d finished.”

Per chi non mastica l’inglese abbozzo una traduzione a braccio: “Di recente stavo leggendo un articolo, o forse un’intervista, a uno dei componenri dei Genesis, ora che Peter Gabriel se n’è andato, e in quest’intervista citava i PF. Parlava molto di come se ascolti un disco dei Genesis ti devi sedere e ascoltare, non è solo tappezzeria, non è solo musica da sottofondo di alta classe come i PF o Tubolar Bells. Allora ho pensato ‘Eh sì, mi ricordo quando anni fa nessuno comprava quello che facevamo. Eravamo tutti convinti che fosse buona musica, buona con la B maiuscola, e ovviamente le persone non la compravano perché la gente non compra buona musica. Potrei avere torto ma la mia teoria è che se i Genesis inizieranno a vendere molti dischi ora che Peter Gabriel, che se vuoi è il loro Syd Barrett, se n’è andato, il giovane che ha concesso quell’intervista si accorgerà che è arrivato a un qualche punto finale in termini di qualsiasi cosa stesse provando a raggiungere, e tutto quel discorso sulla buona musica era una massa di immani stronzate. Ecco quel che penso. E Wish You Were Here è venuto fuori proprio nonostante il fatto che fossimo, in tal senso, finiti.”

Ora, è stata un’epifania a tanti livelli leggere quelle parole, al punto che ho dubitato perfino che l’intervista fosse autentica, dato che giammai l’avevo sentita. A volte ci dimentichiamo, o almeno io mi dimentico, di come quel disco liscio ma oscuro con i due uomini in copertina fosse contemporaneo della dipartita di Gabriel, fosse antecedente a quel capolavoro del prog più classico che è A trick of the tail. Non mi riesce facile pensare a queste interazioni tra artisti contemporanei e connazionali, ma che mai ho sentito nominare l’uno dall’altro. Fino a questa intervista.

Insomma, mi sono chiesto diverse cose. Di sicuro le parole di Rog sono profetiche: i Genesis avrebbero iniziato a vendere a bomba, e ATOTT fu il loro disco più venduto di sempre quando uscì, e da lì in poi iniziò una lenta e poi più accentuata parabola verso… beh, verso la merda, obiettivamente. Gabriel prese un’altra strada, fece quello che Syd non era riuscito a fare.

Mi vengono in mente anche i Radiohead, a leggere queste parole. Penso a quanto possa essere stato loro d’aiuto, consapevole o meno, il confronto con quanto avvenuto ai PF di allora. Di fatto i PF furono, credo, i primi a esplicitare in modo così compiuto l’ansia del successo e il vuoto che segue l’averlo raggiunto, e lo fecero in modo paurosamente lucido, a leggere queste parole. Quindi WYWH è un disco che ha un valore che va oltre il suo essere, tutto sommato, un disco ben riuscito: è un disco che rompe con consapevolezza il muro del riproporsi, o almeno ci prova. E’ la prova che i PF erano ancora una band avventurosa, nel senso che volevano confrontarsi a viso aperto con il successo, con il suonare di fronte a platee enormi. Si rendevano conto di cosa volesse dire passare dalle “sale da concerto dove durante l’introduzione di Echoes si poteva letteralmente sentir cadere uno spillo” (cit. ma non ricordo di chi) agli stadi con fischi e petardi. Se i PF degli esordi furono dei coraggiosi musicisti sono questi i PF che ammiro di più come uomini: impavidi, fallaci e tentennanti, ma lucidi nel descrivere la situazione che vivevano sotto forma di musica. Poi non riuscirono, si elevarono i muri, e furono così grandi da saper sublimare anche quelli.

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