Wish we’d been there

Wish you were here è uno di quei dischi che non riascolto tutti i giorni ma quando lo faccio rimango estasiato, ogni volta. All’epoca mi venne prestato in vinile insieme a DSOTM e per mesi preferii di gran lunga WYWH a ques’ultimo: per me i Pink Floyd fino ad allora erano Atom Heart Mother, la cassetta di Ummagumma disco 2 (!) e A collection of great dance songs, quindi in qualche modo il materiale più rock di DSOTM mi disturbava.
Perché alla fine DarkSide è una versione rifinita, ripulita e perfezionata del format di Obscured by clouds: canzoni più corte, anche se unite in un unicum, poca costruzione lenta di atmosfere e molti pezzi (relativamente ai PF) in-the-face. Wish you were here invece torna indietro, complice anche un ritorno alle crisi di ispirazione che ci hanno donato tanti capolavori: SOYCD è una suite vera e propria, come se non più di Echoes e Atom Heart Mother, e trae forza proprio nel suo sinuoso scorrere tra un tema e l’altro. Però non lo fa più con l’approccio ‘live’ dei primi settanta, bensì con la forza della precisione in studio derivata da DSOTM. Per questo è praticamente perfetta.

Il resto del disco non è certo da buttar via ma Have a cigar e Welcome to the machine sono un po’ dei pezzi di transizione secondo me: non ancora asciutte canzoni violente e politiche compiute come sarebbero stati i pezzi di The Wall, non ancora lunghe cavalcate rancorose come Pigs, Dogs e Sheep. L’idea è quella di piegare la dimensione dei pezzi “à la Time” a dei contenuti diversi ed è una missione che riesce ma fino ad un certo punto. Bellissimi brani, particolari (Have a cigar con un featuring vocale raro nella discografia dei PF, Welcome to the machine con un tappeto di tastiere inquietanti come non mai) ma il meglio delle invettive verrà nei dischi successivi.

Wish you were here, infine, è ciò che non ti aspetti. In mezzo alle inquietudini di Welcome to the machine, ai lenti crescendo di SOYCD, ai giochi sporchi di Have a cigar, un pezzo melodico e acustico. Mi chiedo quale sia stato l’approccio del pubblico all’epoca: come sarà stato sentire per la prima volta Wish you were here, per chi magari conosceva i Pink Floyd da anni? Per molti versi è la canzone più pop che avessero realizzato fino ad allora ma gode di una tale integrità (l’assolo iniziale, il testo anti-romantico) da non risultare melensa, se non per noi non-anglofoni che la cantiamo a caso.

Alla fine DarkSide fu un disco emblematico, il segno di un’epoca e un grandioso esempio di “album che è più della somma delle proprie canzoni” ma, forse forse, Wish you were here è migliore. Più genuinamente Floydiano, più diretto nel trasmettere un senso di distanza e smarrimento non costruito come le riflessioni sulla vita di Us&Them o Time, bensì sentito profondamente. Da loro stessi, in quello studio nel quale – a detta di Mason – avrebbero dovuto cantarsi “Wish we were here”.

E tutto questo senza scomodare Barrett in visita agli studios e il meraviglioso progetto Household Objects, ulteriori indizi del fatto che ci troviamo davanti a un pezzo di Storia del rock.

cs

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