Fractured

Dico anch’io la mia opinione da incompetente su Fracture da “Live in Vienna”

Come si fa ad affrontare un brano come Fracture? Come ri-visitare in una formazione con tre batterie, due chitarre e fiati un brano composto per un quartetto con violino? Come re-interpretare un brano che è una sequenza infinita di incastri obbligati? Come suonare alla chitarra con il New Standard Tuning un pezzo letteralmente impossibile come il moto perpetuo? Come veicolare la potenza di un capolavoro di tensione di cui le uniche versioni in discografia ufficiale erano suonate dal vivo (non esiste infatti una Fracture in studio) da un gruppo la cui età media era sotto i trent’anni?

La risposta più facile è quella all’ultima domanda: non ce la si fa. La tensione creata dal Larks’ quartet era inarrivabile e la Fracture di Vienna (che poi è di Copenhagen) per quanto riuscita non è altrettanto tesa.

Più interessanti sono però le risposte alle altre domande. Per chi si chiedeva se mai ce l’avrebbe fatta Fripp a suonare Fracture con il new standard tuning (e se lo chiedevano in tanti, compreso lui stesso) la risposta è incredibilmente “sì!”. Avendolo visto in due occasioni con i miei occhi posso confermare che vederlo vorticare sulla tastiera durante la sezione centrale del pezzo è ipnotico. Non solo suona note e combinazioni che quasi nessun essere umano riesce a riprodurre ma lo fa ad una velocità stratosferica, alla non giovanissima età di 70 anni (al momento della registrazione), a metà di un concerto faticosissimo e – non potete vederlo ma ve lo assicuro – con un’espressione meno tesa di quella che ho io quando suono “la canzone del sole”. Chi è stato a una delle date in cui Fracture è stata suonata sa cosa intendo dire, uno spettacolo nello spettacolo.

Per quanto riguarda il ri-arrangiamento di Fracture il tentativo che mi sembra di intravvedere è stato quello di coniugare il tension-and-release dell’originale e la ponderosa potenza della nuova formazione. Se infatti il quartetto Cross-Fripp-Wetton-Bruford eccelleva nel tendere l’aria sul palco come una corda di violino, a specchio della tensione musicale fra i membri della band, ora l’allegra brigata dei Kc del 2020 fatica a ricreare lo stesso livello di elasticità musicale, lo stesso terrore sonoro. Recupera però – o almeno tenta di recuperare – in potenza e massa sonora.

Basta confrontare (lo so, i confronti sono brutti e le aspettative sono prigioni) i primi due minuti del pezzo con la versione del Concertgebouw (quella di StarlessAndBibleBlack per capirci): là dove Bruford suonava spaventosamente avanti, anticipando ogni accento della ritmica della chitarra, i tre batteristi della front-line incedono invece con passo di marcia, come una valanga lenta e inarrestabile che scende il pendio di una montagna senza che nulla la possa fermare. Inarrestabile, appunto. Ma anche lenta.

Il fulcro di Fracture per me è sempre stato in due momenti precisi, entrambi scanditi da un interplay pazzesco tra Wetton e Bruford: lo scioglimento a 6:06 (faccio riferimento al video su youtube ufficiale) e il luciferino assolo di basso a 8:41. Sono i due punti in cui il brano cambia marcia, la tensione accumulata si libera e permette il passaggio a un livello successivo, una superiore cadenza e tensione che serve per creare lo spannung successivo. E’ ciò che permette a Fracture di crescere sempre, in continuazione, fino ad arrivare a un crescendo finale che in realtà è un crescendo di 11 minuti e 35 secondi mascherato.

Ecco, il primo scioglimento in Vienna arriva ed è gestito in quello che probabilmente è l’unico modo in cui può gestirlo una band di otto elementi, cioè con uno stop-and-go; un metodo efficace per non perdere tensione ma che non permette di accumularne altra, come invece avveniva nelle versioni d’epoca. Nota per i maniaci, il momento descritto arriva un po’ prima del solito ovvero a 5:41. Perché? Innanzitutto perché la Fracture del 2016 è più corta di qualche battuta (forse da qualche parte tra 1:47 e 2:20? sentite lo stacco a 1:41 nella versione LiveInVienna, a me suona “strano”) e poi perché il moto perpetuo è – incredibilmente – suonato da Fripp più velocemente nel 2016 di quanto facesse nel 1974!
Il secondo momento orgasmico arriva invece a 8:08 e… il basso di Levin viene doppiato da Jakko, probabilmente perché Levin da solo non riesce a raggiungere i livelli da Mighty Bass Beast Of Terror che il pezzo richiederebbe. Anche qui un po’ di tensione a mio avviso si perde.

Altri due punti chiave, gestiti in maniera molto diversa dai Kc del 2016, sono la ripresa batteristica a 7:20 e il finale. La ripresa è poderosa quanto vuoi ma secondo me moscia, proprio perché manca il “suonare avanti”. Ricorda il ri-arrangiamento “geometrico” delle batterie in Red e proprio come in Red è una coreografia batteristica eccitante dal vivo ma che su disco perde potenza. Il finale invece secondo me, insieme al vorticoso moto perpetuo, è la parte più riuscita del pezzo in questa nuova versione. Sarà perché i batteristi sanno di potersi lasciar andare quasi senza rete, sarà perché il pezzo sta finendo, sarà perché comunque un tot di tensione si è accumulata ma va ammesso che la rutilanza degli ultimi minuti di Fracture 2016-style lasciano senza fiato.

Insomma, alla fine ‘sta Fracture com’è? Esattamente come tanti altri brani del repertorio rivisitati in questi ultimi 5 anni è un pezzo meraviglioso, incisivo e potente, ed è tanto più incredibile conoscendo la difficoltà dell’originale. La sua pecca, come già fu per Starless, è l’inevitabile misura con una versione “storica” che è pressoché inarrivabile. Trattandosi di musica rock con un afflato che si spinge oltre il rock il confronto non è da intendersi come “tizio è più bravo di caio” ma come una analisi di come l’approccio diverso alle medesime strutture musicali abbia portato a diverse conseguenze.

A dirla tutta posso capire la difficoltà che Fripp ha avuto nello scegliere una versione di Fracture da pubblicare su disco perché ho la sensazione che questa band non sia ancora riuscita a fare proprio il brano, sempre che le sia possibile farlo. La fortuna che abbiamo è che la versione di Fracture di Copenhagen non è detto che sia quella “definitiva”. Se Fripp avrà voglia di ri-mettersi nello scantinato a studiare anche prima del nuovo tour europeo può darsi che sentiremo nuove versioni di questo capolavoro. E se la base dalla quale partiranno è quello che sentiamo in “Live in Vienna” c’è di che ben sperare.

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