King Crimson – Live in Chicago 2017

Insomma, alla fine su DGMlive hanno messo Live in Chicago online con alcune settimane rispetto all’uscita ufficiale, così come già avevano fatto con Toronto. Una abile mossa di marketing alla quale sono sicuro che molti di voi non hanno abboccato… ma molti altri sì 😉

Ecco quindi due parole sul contenuto del download di Chicago, soffermandomi soprattutto sui brani “inediti”. Per chi volesse leggere una recensione VERA c’è quella di John Kelman su Allaboutjazz. Questo è più che altro un mio stream of consciousness (o inconsciusness?) ^___^

Da qui in poi iniziano gli spoileroni, quindi se non avete ancora ascoltato il disco e volete tenervi la sorpresa vi consiglio di chiudere il post 😉 Altrimenti buona lettura!

Da una prima serie di ascolti in cuffia mi sembra che quella di Chicago sia davvero una grande, grande performance. Cominciamo subito a parlarne, in maniera disordinata.

A livello di mix, innanzitutto, ci sono dei cambiamenti. Ho ad esempio l’impressione che i piatti siano più bassi, meno invasivi. Da un lato questo permette di avere una visione più ampia di quello che succede nel resto dello spettro musicale, dall’altra a volte in questo modo un po’ di tiro. Un esempio? Il crescendo finale di Larks’ I, da 7:00 a 8:05, meno incisivo che in altri live come ad esempio Toronto. Non è una differenza da poco in un live registrato con tre batteristi e mi chiedo se si tratti di una differenza di mix “in studio” oppure se i Kc abbiano iniziato a pestare meno sui piatti anche dal vivo, e/o a mantenerli più bassi nel mix anche in sala.

Il finale di Larks’ I è bellissimo comunque, con quell’arpeggio mai sentito.

Neurotica? Neurotica è bellissima. Decostruita, bellissima e swingante. Un crossover stupendo di atmosfere sincopate e jazz nel quale il sax si incastra alla perfezione. La immaginavo bella, è anche meglio.

The Errors secondo me è – finalmente – una bella canzone di Jakko adattata allo spirito Cremisi. Più bella di Meltdown, più bella di Suitable grounds. Penso abbia anche un bel testo, che non ho ancora approfondito perché non riesco a capirlo. Se qualcuno di voi ha delle qualità di intepretariato migliori delle mie è invitato a metterle in giuoco 🙂 Ha qualcosa nella melodia che mi ricorda i Tears For Fears.

Cirkus… beh, Cirkus viene bene a questa band, del resto a questa band viene bene quasi tutto, però non mi convince appieno. Anche quando la sentii dal vivo ad Aylesbury e poi a Milano mi risultò un po’ “pesante”. Probabilmente per il troppo mellotron. In ogni caso credo sia un problema del mio rapporto con il brano più che della performance della band, che rende giustizia al pezzo. Il fatto che Mastelotto dopo l’introduzione parta con un tempo apparentemente troppo veloce a me piace assai, dona un po’ di leggerezza al tutto.

Lizard’s suite è una bella prova per tutta la band che si cimenta in praticamente metà del lato B dell’omonimo disco. Dawn Song è sempre migliore, complimenti davvero a Jakko e all’ottima “Fairy dust” di Rieflin. Su Last Skirmish avevo aspettative abbastanza alte dato che trovo sia la parte di Lizard che – nel disco – avrebbe avuto più bisogno di una bella tagliata e speravo che dal vivo avrebbero saputo renderla più interessante. Purtroppo invece non va molto oltre il “giro di incastri di mellotron, arzigogoli di batteria e leggiadrie al flauto” e dura – a mio personalissimo parere – il doppio del necessario. Rimane però molto potente, dall’inizio alla fine, e ho l’impressione che sentirsela suonare in faccia dal vivo sia tutta un’altra cosa rispetto al sentirla in cuffia. Anche perché è un pezzo ricco di pause, di crescendo, di start-and-stop, quindi immagino che dal vivo sia una specie di festa per gli occhi andando a sbirciare gli sguardi di questo o quel musicista… aaaaaaah che meraviglia. E Tony Levin è in grande spolvero qui.
“E non finisce qui!” (cit.), perché poi c’è Prince Rupert’s Lament, che “raddrizza un torto” (altra cit.) nel senso che nei concerti dei Kc capita raramente, troppo raramente di sentire Fripp volare con un bel assolo di un paio di minuti nel vuoto. Qui avviene, ed è emozionante quanto sentire la versione originale, forse di più.

Fallen Angel è una mezza-sorpresa, nel senso che è dal 2014 che aspettiamo tutti di vederla inclusa in scaletta. La scelta che hanno adoperato qui i Kc è stata quella di non toccare una virgola dell’originale ed è una scelta che mi vede d’accordo. Un po’ perché Fallen Angel non è mai stata suonata dal vivo, quindi a differenza di Easy Money o Tcol non ha una storia di diversi arrangiamenti ai quali rifarsi per variazioni e re-interpretazioni, e poi perché Fallen Angel è difficilmente migliorabile. E’ un tributo al songwriting di Wetton, alla magniloquenza degli arrangiamenti di Red, agli incastri tra chitarra e sax e basso e batteria. Difficile trovare – secondo me – un modo per onorarla che sia migliore del suonarla così-com’è.

Se Fallen Angel mi esalta, Islands invece mi vede combattuto. Da un lato Jakko la canta divinamente, e la sua voce è perfetta per il brano come se non più di quella di Boz. Il piano è suonato benissimo (da Stacey?), il flauto di Mel è un balsamo per le orecchie. Certi momenti, come l’interplay a 4:15, sono a dir poco divini. Però nonostante sia un pezzo realmente “orchestrale”, che potrebbe essere perfetto per questa formazione, mi sembra ancora tutto sommato stentata nella prima parte e troppo rilassata nella seconda. Saranno anche certi suoni di pianol…tastiere che non mi piacicono, sarà la batteria di Harrison che mi fa molto Finardi (e lo adoro, ma qui sono i Kc), sarà che mancano – se non sbaglio – quelle undici note che nell versione originale sono a 2:02 (ne parlavamo un paio di settimane fa). Considerando che la parte di piano è ripresa pedissequamente mi manca l’assenza delle mie note preferite ^___^
E poi è veloce, secondo me troppo veloce. Poi rimane un pezzone ed è suonata benissimo, devo solo capire se questa rivisitazione un po’ “AlanParsoniana” mi gusta davvero 😉

E Indiscipline? A me piace. I tre minuti e mezzo (!) di crescendo strumentale sono ben giocati, considerando che fare tension-and-release con tre batterie non è affatto semplice. Menzione speciale per l’assolo di Fripp, molto sbilenco e pieno di accordi in stile Sailor’s Tale. Quello che manca in questa versione di Indiscipline sono inevitabilmente le pause, quei momenti in cui i 4 (o 6) membri della band potevano guardarsi negli occhi tutti quanti prima di partire all’attacco. In otto, evidentemente, è troppo complesso, quindi l’andamento del brano risulta meno “in your face” di quanto poteva essere con band più piccole.

Ci sono poi i brani “già sentiti” che però a Chicago prendono vita nuova. Ad esempio Larks’ tongues in aspic part II. Quante versioni di Larks’ II avete sentito nella vostra vita? Trenta? Cinquanta? Duecento? Ebbene, probabilmente questa – suonata il 28 giugno 2017 a Chicago – entrerà nel pantheon delle migliori versioni di sempre. Semplicemente ha tutto ciò che deve avere una grande versione di Larks’ II: velocità, potenza, precisione, momenti di indisciplina legati ad altri di rigore metronomico, e dall’inizio alla fine una sensazione di “corriamo altrimenti non arriveremo in tempo” che la rende meravigliosamente ansiogena. Il fatto che questa rutilanza sia raggiunta con tre batteristi è stupefacente perché sembra di sentire lo stesso tiro delle versioni degli anni ottanta.

Anche The ConstruKction of light è una highlight della serata ed è suonata a velocità supersonica. Era dal 2001 che non sentivo una versione così tirata, Tony ormai – quando non scazza completamente 😉 – la esegue con una sorprendente agilità. Rieflin, l’ottavo uomo, aggiunge una dose non indifferente di fairy dusting, che se a tratti aggiunge spessore al brano in altri momenti è francamente in più. Ricordo che a Milano le tastiere su Tcol mi piacquero e stupirono, qui sul finale mi sembrano un po’ stucchevoli. Ma sono piccolezze di fronte a una performance perfetta di un brano perfetto.

Un pezzo che invece mi sembra non decollare più di tanto, a Chicago, è Easy Money. E’ come se tutti quanti non sapessero bene dove andare e stessero sulle proprie, senza “salti nel vuoto”. Si vede che non era la serata giusta per lei. Da notare il finale, con Jakko (immagino sia lui) che con un colpo di mano porta gli ultimi 15 secondi di canzone là dove non pensavi sarebbero andati.

Va notato poi il medley Interlude-Meltdown-RadicalII-LevelFive, suonate senza soluzione di continuità. In particolare Radical Action II è un’ottima introduzione a Level Five, dalla quale ha ereditato più di qualche caratteristica. E per finire Schizoid Man, cantata con vera ferocia (per quanto possa essere feroce Jakko) e impreziosita da un bellissimo assolo di Fripp con la chitarra pulita che si apre poi in un crescendo mozzafiato. Mellotron + batteria + chitarra pulita, sembra di stare dentro a una versione pompata di I talk to the wind 😉 Segue il consueto mirabolante assolo di Gavin Harrison, sempre impeccabile ma sempre a mio avviso inutile, che riesce a portare la band a una ripresa del tema iniziale ancora più potente. Degno finale di un degno show.

Insomma, conviene o non conviene comprarlo questo “Live in Chicago”? Più sì che no:
– se non avete nulla dei Kc post-2014, sicuramente sì
– se avete solo Orpheum, sicuramente sì
– se avete anche Toronto o Radical Action comunque sì
– se volete aspettare per capire se uscirà anche in vinile allora no 😉 dato che al momento è disponibile solo in doppio CD e in download, ma sappiamo bene come “le vie del portafoglio siano infinite”

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