Disco 2 – Lato B

Label-D

Abbiamo lasciato Pink in balìa del suo manager e dei medici che stanno provando a rimetterlo in piedi. Un’iniezione e via, sul palco.

The show must go on, che ovviamente non c’entra niente col pezzo dei Queen, inizia con un bel coretto “Oooooooh Ma Ooooooh Pa”. Pink si rivolge quindi alla madre e al padre per un’ultima possibilità di salvezza. Al padre però chiede di essere portato a casa, alla madre di essere lasciato andare.

Ooh Ma ooh Pa
Must the show go on
Ooh Pa take me home
Ooh Ma let me go

There must be some mistake
I didn’t mean to let them
Take away my soul
Am I too old is it too late

Insicurezza, insensibilità, tutto dev’essere lasciato da parte in nome dello spettacolo.

Ooh Ma Ooh Pa
Where has the feeling gone?
Ooh Ma Ooh Pa
Will I remember the songs?
The show must go on.

Così, ad interrompere un coro alla Beach Boys, esplode In The Flesh!

Si tratta di un brano complementare a quello già sentito in apertura del disco. Se là avevamo avuto un primo riferimento diretto all’ascoltatore, avvertito di dover andare oltre le maschere per capire appieno una storia così complessa, qui è Pink stesso che parla con il proprio pubblico, ed indirettamente con l’ascoltatore.

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Ormai i vermi del fascismo hanno preso piede nella sua mente ed è assolutamente convinto che l’unico modo per esprimere le proprie frustrazioni sia quello di imporre il proprio potere di rock star sul pubblico. Un pubblico anonimo, che non reagisce mai se non osannando ed applaudendo agli strali del Pink dittatoriale. Gerald Scarfe, celebre grafico satirico inglese a cui Waters affidò il compito di curare il design del disco e del tour, creò per l’occasione un logo tanto esplicito quanto eloquente, ovvero i martelli incrociati. Un logo che richiama esplicitamente la svastica, sia nei colori che nell’andamento circolare, ma rappresenta uno strumento che ha una duplice valenza: con i martelli si possono distruggere oggetti, picchiare gli avversari, ma con essi è anche possibile dopotutto abbattere i muri.

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L’incipit è uguale a quello del brano di apertura, In The Flesh?, ma qui pink avverte il pubblico: il concerto di stasera non sarà quello che ci si aspettava, Pink (il vecchio Pink) non stava bene ed è rimasto in hotel, quindi è stata mandata una band surrogata per controllare il grado di fedeltà del pubblico stesso.

So ya
Thought ya
Might like to go to the show
To feel the warm thrill of confusion
That space cadet glow
I’ve got some bad news for you sunshine
Pink isn’t well he stayed back at the hotel
And they sent us along as a surrogate band
And we’re going to find out where you fans
Really stand

L’accusa si fa quindi esplicita: ci sono dei froci in sala? ci sono ebrei, hippie, gente coi foruncoli? Tutti addosso al muro!

Are there any queers in the theatre tonight
Get’em up against the wall
There’s one in the spotlight
He don’t look right to me
Get him up against the wall
And that one looks Jewish
And that one’s a coon
Who let all this riff-raff into the room
There’s one smoking a joint
And another with spots
If I had my way
I’d have all of you shot

Se si potesse fare a modo suo, urla Pink, li farebbe fucilare tutti. Nell’esplodere del brano possiamo immaginare il pubblico correre fuori dallo stadio alla ricerca di queste pecore nere, dei diversi che non hanno saputo isolarsi nel proprio muro come Pink ha fatto, e nemmeno omologarsi alla massa come il resto del pubblico. Sono quelli che più tardi verranno definiti “the bleeding hearts”, i cuori sanguinanti, che ancora pulsano di sentimenti.

Run Like Hell, l’ultimo brano a firma palesemente Gilmouriana, è la cronistoria di questa spedizione punitiva contro i deboli, vista da Waters come simbolo ultimo di ogni espressione totalitaria.

You better run all day
And run all night
And keep your dirty feelings
Deep inside. And if you
Take your girlfriend
Out tonight,
You better park the car
Well out of sight
‘cos if they catch you in the back seat
Trying to pick her locks
They’re gonna send you back to mother
In a card board box
You better run

Un brano trascinante, con un andamento sempre sul limite tra la musica disco e la marcia militare, come a sottolineare l’identificazione del pubblico con la massa indottrinata.

La spedizione si conclude e Pink, in Waiting For The Worms, sembra al culmine del proprio delirio di onnipotenza. Mentre la folla urla “Hammer! Hammer!” ecco l’ennesimo “Ooooooh” che fa capolino, facendoci capire che la canzone si svolge principalmente nella testa di Pink:

images nazis.beOoh You cannot reach me now
Ooh No matter how you try
Goodbye cruel world it’s over
Walk on by

Sitting in a bunker here behind my wall
Waiting for the worms to come
In perfect isolation here behind my wall
Waiting for the worms to come

Segue un elenco minaccioso di ciò che Pink progetta di fare con il potere che ora sente di aver conquistato

Waiting to cut out the deadwood
to clean up the city
to follow the worms
to put on a blackshirt
to weed out the weaklings
to smash in their windows
and kick in their doors

Il pezzo si chiude con un messaggio diretto all’ascoltatore, “my friend”. Un messaggio che doveva suonare ancora più perentorio all’ascoltatore inglese di quegli anni, tra un governo Thatcher e l’altro:

Would you like to see Britania
Rule again, my friend ?
All you have to do is follow the worms
Would you like to send our coloured cousins
Home again, my friend ?
All you need to do is follow the worms

La musica sfuma con una marcia incalzante e potente basata sul riff di Another Brick In The Wall. Le stesse quattro note che avevano accompagnato la costruzione del muro di Pink ora ne accopagnano il compimento. Ma tutto questo potere provoca in lui un cortocircuito, ed in un estremo gesto di volontà urla di fermarsi.

Stop!
I wanna go home
Take off this uniform
And leave the show
And I’m waiting in this cell
Because I have to know
Have I been guilty all this time

Pink si rende conto di essere andato oltre, di aver toccato il fondo del proprio auto-isolamento, e si auto-rinchiude in una cella aspettando un processo interiore che non tarda ad arrivare.

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A presiedere al processo è un giudice, immaginato da Scarfe come un enorme culo con gambe e parrucca, e vengono chiamati a testimoniare uno alla volta tutti gli attori che hanno contribuito al degrado mentale di Pink. L’accusa è semplice quanto grave: aver dimostrato sentimenti di natura pressoché umana. Essersi comportato, in pratica, come un essere umano. Fallace, incerto, subdolo.

Good morning Worm Your Honour
The crown will plainly show
The prisoner who now stands before you
Was caught red handed showing feelings
Showing feelings of an almost human nature
This will not do

Call the schoolmaster!

Tocca al professore introdurre l’accusa. Lui avrebbe potuto raddrizzare il giovane Pink, ma i bleeding hearts e gli artisti l’hanno convinto che nascondere i propri sentimenti non fosse corretto, gli hanno legato le mani. Ritorna l’immagine del martello, il professore stesso è un martello che vorrebbe accanirsi su Pink per dargli una forma più corretta.

I always said he’d come to no good
In the end Your Honour
If they’d let me have my way I could
Have flayed him into shape
But my hands were tied
The bleeding hearts and artists
Let him get away with murder
Let me hammer him today

Nel ritornello è Pink in prima persona che parla. E’ spaesato, si convince di essere pazzo, non sa cosa dire o fare. Non a caso il suo spazio nel brano è molto limitato rispetto a quello degli altri personaggi, da cui viene schiacciato.

Crazy, toys in the attic I am crazy
Should I go fishing
They must have taken my marbles away

Trial7Tocca ora alla moglie sfogare tutto il risentimento degli anni di non-comunicazione tra sè e il marito. Gerald Scarfe la dipinge efficacemente come un gigantesco scorpione che arpiona e lancia in giro il manichino, rappresentazione dell’io di Pink.

You little shit, you’re in it now
I hope they throw away the key
You should have talked to me more often
Than you did, but no you had to
Go your own away. Have you broken any
Homes up lately ?
“Just five minutes, Worm Your Honour, Him and me alone”

La moglie non ha nemmeno il tempo di finire con lui che arriva la madre a proteggere Pink, ma come al solito la sua protezione implica un ulteriore isolamento dal resto del mondo.

Babe
Come to mother baby let me hold you
In my arms
M’lud I never wanted him to
Get in any trouble
Why’d he ever have to leave me
Worm Your Honour let me take him home

“Perché mai mi ha dovuto lasciare?” si chiede la madre. La domanda rimane senza risposta, Pink è sempre più alla ricerca di una via d’uscita, ch eperò non riesce a scorgere.

Crazy, over the rainbow I am crazyTrial25
Bars in the window
There must have been a door there in the wall
When I came in…

Tocca ora al giudice l’arringa finale, e la sentenza.

The evidence before the court is
Incontravertable, there’s no need for
The jury to retire
In all my years of judging
I have never heard before
Of someone more deserving
The full penalty of law
The way you made them suffer
Your exquisite wife and mother
Fills me with the urge to defecate
But my friend you have revealed your
Deepest fear
I sentance you to be exposed before
Your peers

143109780_640Pink è giudicato colpevole seduta stante, tali sono le prove a sostegno della tesi dell’accusa. Ha fatto soffrire la madre, la moglie ed il suo prossimo attraverso l’espressione delle sue emozioni (e, anche se il giudice interiore di Pink non se ne rende conto, attraverso il proprio isolamento). Nel far questo però ha commesso un errore, dato che ha dimostrato esplicitamente quale fosse la sua paura più grande: l’incontro con l’altro. A questo punto non ci può essere che una sola condanna appropriata, la più feroce delle condanne possibili, ovvero l’essere esposto senza più barriere di fronte alla società.

Tear down The Wall!

L’urlo del giudice è perentorio ed il muro che circonda Pink viene fatto cadere. Sono nuovamente le note di Another Brick In The Wall ad accompagnare questo momento catartico, in cui il protagonista viene contemporaneamente condannato e salvato. Non c’è una vera redenzione, non è un messaggio di speranza quello con cui si chiude la storia di Pink. Molto semplicemente Waters ci dice che non c’è alternativa, i muri sono destinati a cadere e noi siamo condannati, per sempre, a quella benedizione che è l’interazione con gli altri e a portarci addosso le conseguenze delle nostre azioni.

Il disco però non si chiude qui.

C’è un altro brano, che passa sottilmente in sordina sia a livello sonoro che come messaggio rispetto al fragore dei pezzi precedenti. Una breve ballata acustica non troppo ispirata, la cui struttura melodica ricorda da vicino The Thin Ice. Si intitola Outside The Wall. Qui non c’è più Pink, non c’è più il Giudice, c’è solo Waters che parla direttamente all’ascoltatore. E’ una canzone sulla responsabilità.

All alone, or in twos
The ones who really love you
Walk up and down outside the wall
Some hand in hand
Some gathered together in bands
The bleeding hearts and the artists
Make their stand
And when they’ve given you their all
Some stagger and fall after all it’s not easy
Banging your heart against some mad buggers’
Wall

E’ questo il vero messaggio per l’ascoltatore: i muri si edificano ogni giorno, volontariamente o meno, e poi cadono inesorabilmente. Quello che succede nel frattempo è che qualcuno dal di fuori del muro continuerà a sperare, a provare un contatto. Sono le persone che ti vogliono bene, sono gli artisti che provano a lanciare un messaggio esponendo la propria sensibilità al mondo. Talvolta succede che queste persone però non ce la facciano, e allora cadono. Ma – ci dice Waters – se cadono è anche colpa nostra, perché non è facile sbattere il proprio cuore ogni giorno addosso ai muri che gli altri ci pongono innanzi.

Tra chitarre, clarinetti e mandolini – dimenticata quindi ogni pomposità –  il disco finisce. C’è solo una voce sussurrata, che si può udire solo alzando molto il volume, ed è la voce di Waters stesso che sibila: “Isn’t this where…”

La frase, di per sè, non significa niente, ma se si riascolta il disco dall’inizio, alzando molto il volume prima che esploda il fragore di In The Flesh?, si potrà sentire una voce simile concludere la frase con “…whe came in?”

Isn’t this where we came in? Non è da qui che siamo entrati? Un messaggio circolare che è l’ultimissimo avvertimento per l’ascoltatore: una volta che il percorso di edificazione e demolizione dei nostri muri personali è completo, non illudiamoci di aver concluso una volta per tutte il nostro compito, di esserci redenti. Quando meno ce l’aspettiamo potremo scoprirci anche noi a chiederci: “ma non è da qui che eravamo entrati?”

 

 

 

 

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