Area #1

Essere di sinistra in Italia negli anni ’70 era molto diverso da ora. Si poteva essere estremisti, davvero estremisti, ed essere considerati una voce politica legittima e degna di nota. Penso si trattasse in qualche modo di una reazione post-bellica al fascismo, un bisogno di urlare prima sopito e poi sbandierato: il ’68 era appena passato e tutto il carico di speranze di rinnovamento si era scontrato con gli anni di piombo, con Piazza Fontana, con l’attentato alle olimpiadi di Monaco ’72, con il Vietnam.

Gli Area nascono in questo terreno, in un’Italia fortemente popolare, operaia, memore del boom economico ma alle prese con la crisi energetica e le bombe. Nascono come un collettivo di musicisti intenti ad unire, attraverso la musica, l’arte e la realtà di tutti i giorni. In questo senso sono un vero “international popular group”, come amano definirsi.

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« Questo gruppo ha… ha quattro anni di vita, e anche la sua musica, chiaramente. Vuole coagulare diversi tipi di esperienze: fonde jazz, come il pop, la musica mediterranea e la musica contemporanea elettronica. La problematica qual è? Abolire le differenze che ci sono fra musica e vita. Gli stimoli che trae questo gruppo vengono direttamente dalla realtà, trae spunto dalla realtà; e dalla strada, chiaramente. » (Demetrio Stratos ad uno speciale RAI nel 1976)

Con un gesto provocatorio esordiscono con il primo album nel 1973 e lo intitolano “Arbeit Macht Frei”. In allegato al disco viene regalata una P38 di plastica, già completa di cartellino “corpo del reato n.1091512.

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Anche i contenuti del disco non sono da meno: la musica è rivoluzionaria per l’Italia di quegli anni. Oggi fatichiamo a capire quale fosse la portata dirompente anche dei pezzi più classici, come 240 chilometri da Smirne o Consapevolezza. Di sicuro però ad essere entrati più nell’immaginario collettivo sono stati i pezzi che aprono e chiudono il disco: Luglio, agosto, settembre (nero) e L’abbattimento dello Zeppelin.

Settembre nero è un pezzo manifesto per gli Area: ispirato ad una melodia macedone ed introdotto da un’esortazione in arabo egiziano si sviluppa in un jazz-rock trascinante che è stato più volte ripreso da gruppi italiani successivi, non ultimi i Quintorigo.

L’abbattimento dello Zeppelin fa da contraltare, agli antipodi del disco, con una musica più puramente d’avanguardia ed un testo maggiormente criptico, il quale va comunque sicuramente considerato come una metafora politica. Ogni singolo pezzo degli Area infatti, per loro stessa ammissione, parte da una considerazione o tematica politica. Non ci sono canzoni d’amore nella loro discografia, ma nemmeno pezzi più vagamente a tema esistenziale o narrazioni di storie singole: i temi sono universali, moderni e impellenti. Sembrano ricordarci che erano giorni troppo accesi per spenderli anche solo in parte nel diffondere tematiche che non riguardassero da vicino ognuno di noi.

“Il pezzo se la prendeva con i palloni gonfiati del rock anglo-americano. Niente di personale contro i Led Zeppelin. Loro hanno semplicemente pagato per tutti gli altri” (Fariselli).

La formazione che si può ascoltare in Arbeit Macht Frei fu una formazione transitoria nella storia degli Area, ma include già quasi tutti i membri che ne segneranno la storia. La parte vocale è  opera di Demetrio Stratos, all’epoca soltanto un dotatissimo cantante e non ancora estremo sperimentatore della vocalità umana. Al basso troviamo Patrick Djivas, che alla fine del 1973 avrebbe lasciato la band per entrare nella PFM, dove milita tuttora. La batteria è suonata da Giulio Capiozzo, irruento e iper-tecnico batterista zingaro croato che avrebbe avuto un ruolo fondamentale per il “suono area”. Ai fiati Victor Edouard Busnello, all’epoca famoso jazzista italiano che sarebbe però uscito dal gruppo di lì a poco. Alle tastiere e al pianoforte, infine, Patrizio Fariselli, attuale detentore del marchio Area nonché pianista di creatività immensa.

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