Pet Shop Boys d’altri tempi

Mi piace come Luca Sofri scrive di musica quando la musica in questione lo appassiona: riesce ad unire una buona capacità di analisi, una buona cultura di musica pop e l’amore per il giornalismo anglosassone che punta a raccontare storie e non solamente fatti.

pet-shop-boysL’esempio perfetto è l’articolo – anzi la storia – che ha scritto riguardo al concerto dei Pet Shop Boys della settimana scorsa a Londra. Unisce una piccola avventura personale, considerazioni semplici ma acute sul passare del tempo e delle mode e riesce anche a buttare lì in dieci righe una bella analisi dell’evoluzione del concetto di “musica da discoteca” negli ultimi trent’anni. Il tutto infarcito di canzoni dei Pet Shop Boys a contorno della storia, canzoni che non avete mai sentito e probabilmente non vi piaceranno ma dopo aver letto la storia vi verrà voglia di ascoltare.

Ecco l’estratto che riguarda la storia della musica da discoteca: “La settimana scorsa con mia figlia tredicenne avevamo parlato di com’è la musica nelle discoteche e le avevo raccontato del grande cambiamento che avvenne nella musica dance alla fine degli anni Ottanta, sintetizzandoglielo così: prima nelle discoteche si ballavano gli stessi pezzi che si sentivano alla radio, dopo no. La musica elettronica, che si era infilata nella tarda discomusic, crebbe di vita propria e diventò prima un pezzo preponderante del pop e poi divenne la dance: e con i successivi sviluppi di house music (che ancora apprezzava delle voci e dei suoni di pianoforte), techno e altri mille termini e sigle da rinnovare continuamente, le canzoni pop furono completamente estromesse dal clubbing (anche questo un nome nuovo da dare all’andare in discoteca, o a ballare, investendolo di significati culturali e sociali più ricchi). Sviluppo che non è più stato invertito, e ancora oggi le eccezioni di canzoni che sanno sia occupare le notti che spopolare di giorno sono rare, i Daft Punk, Justin Timberlake, gente che si è fatta un nome nell’elettronica e nella produzione che può reggere alla contaminazione del pop. Quello che venne emarginato dalle discoteche, insomma, sono le canzoni, lo stesso cantato, entrate in conflitto con la cultura aggressiva e siderurgica del clubbing (che si diluisce un po’ solo d’estate) e bollate come “commerciali”. È quello di cui parla nostalgicamente “Vocal” appunto”

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